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PAT, PIU’ CASE PER TUTTI. MA NON FATECI SAPERE COME FATICA MATRI

 TELEFONO, CASA.

Affitti “scontati” al Trivulzio, ecco l’elenco degli inquilini vip. Consegnato dopo il braccio di ferro tra Comune e Pio Albergo. Politici, imprenditori, sportivi e stelle dello spettacolo nella lista. Sul Giorno. Nella lista: Fracci, Montezemolo, Falcicchia, Braida, Ligresti.  

La vergogna delle case gratis. La giornalista di “Repubblica” (compagna del candidato sindaco Pd), la radical chic Carla Fracci, il poliziotto che indaga su Berlusconi: ecco tutti i moralisti beccati a fare i furbi. Apertura del Giornale.

Attacco a Pisapia per casa alla compagna: “E’ solo fango sulla campagna elettorale”. Su Repubblica.

La modella, il giudice, i politici. Gli inquilini a canone scontato. La reazione di Pisapia: fango su chi si espone. L’imbarazzo nel Pd. Titoli sul Corriere.

Ruby: “Mi compra una casa da 400 mila euro”. La ragazza a un amico: ormai mi considerano una zoccola, meglio approfittarne. Vanterie o realtà? Prima pagina sul Fatto quotidiano.

 BUONE NOTIZIE

Il gospel canta la speranza di Haiti. Ben 140 artisti il 25 febbraio sul palco del Sociale di Busto Arsiziio: “Il nostro aiuto va a suor Marcella”. Sulla Provincia di Varese. Mitica suor Marcella Catozza che costruisce piccolo casette per i terremotati di Port-au-Prince. Speriamo che ad Haiti non legga i giornali italiani…

 TIFO PER DVDS

Van de Sfroos e l’orgoglio laghée. Tutti tifano per il menestrello. Dal parroco ai vecchi amici, la gente del Lario è con Davide al Festival. Sulla Provincia di Como.

 IL LAVORO SALVA LA VITA

 Rapina in villa. Scagionato dal cartellino di lavoro. Romeno accusato dell’assalto a casa del titolare dell’ex Fluid. A quell’ora non poteva essere lì. Sull’Eco di Bergamo.

 LAVORARE STANCA

 Negozi aperti la domenica. Ma è vivere da cristiani? Lettera di un panettiere all’Eco di Bergamo.

 LA PARTITA DELLA VERGOGNA

 Cecenia contro Brasile. La “partita del cuore” del temibile Kadyrov. Amichevole a Grozny con Ronaldo e Kakà. Sul Corriere. Ronaldo quale?

 FLI, IN SEI PAROLE

Gente che va, nessuno che viene. Sul Fatto.

 IL CORRIERE COME FACEBOOK: AGGIORNA LO STATUS DI BB

 Barbara e il compagno si dicono addio. La figlia del premier: amore in crisi. La terzogenita del capo del governo torna single. Cronache nazionali del quotidiano di via Solferino.

 ADDAVENI’ GIORGIONE

 Vigevano, sfiorata la rissa in aula. Lite in consiglio comunale tra Pdl e Lega dopo l’Inno di Mameli. Sulla Provincia pavese.

 SARA’ COLPA DELLA FIOM??

 Fiat, passo falso in Russia. Putin preferisce il 4×4 Ford. Sul Giorno.

 LE RIVOLUZIONI ARABE, SPORTIVAMENTE PARLANDO

 Bahrain, Bernie ottimista. Ecclestone: “La situazione non è disastrosa”. Per chi? Per il circo della Formula uno o per i sudditi dello sceicco Hamad Bon al-Kalifah? Un dubbio che potete sciogliere leggendo il Giorno.

 BENTORNATO

 Il Mondo torna ma va in tribuna. Oggi Albinoleffe contro Padova. Sulla Gazzetta.

 MATRI, MONIO?

 Parla la fidanzata di Matri: “Fatica più con me che con i terzini”. In prima sulla Gazza. Non ho letto il resto perché non voglio sapere come fatichi.

Ad maiora.

 
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Pubblicato da su 19 febbraio 2011 in Pensieri

 

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COME NON TURBARE IL RISVEGLIO DEL PRESIDENTE-PROPRIETARIO

La stragrande maggioranza della popolazione si forma un’opinione politica guardando la televisione. Succede in tutti i Paesi dove l’elettricità è continua e l’apparecchio televisivo costa meno di mezzo stipendio mensile. Succede anche in Italia, dove – caso unico – il capo del governo è anche a capo del principale gruppo televisivo privato (senza considerare che è la maggioranza politica parlamentare a nominare il cda della televisione pubblica).

Per influenzare l’opinione pubblica è importante, in un telegiornale, scegliere alcuni servizi e non altri (chessò non parlare della parentopoli romana). Ma è decisiva anche l’impaginazione.

Ieri c’è stata a Roma una grande manifestazione della principale forza politica d’opposizione. E’ prassi, da tempo, che a queste manifestazioni la principale forza di maggioranza replichi con una serie di piccole manifestazioni organizzate intorno a tendoni (i gabebos). Per i tg si crea immediatamente la par condicio e chi guida il Paese è contento che non si parli solo male di lui. Ma queste manifestazioni sono appunto una risposta al corteo di quanti hanno un’idea diversa.

Stamattina il Tg5 delle 8 quando nei titoli ha parlato di “grande manifestazione” non si riferiva a quella del Pd ma a quella del Pdl. E infatti il tg si è aperto con un servizio su Berlusconi a Milano (insieme alla Brambilla) mentre “faceva un bagno di folla” (per ragioni di sicurezza si vedevano soprattutto agenti della scorta).

Ci può anche stare. Anche il Corriere (a differenza di Repubblica) stamattina apre con Berlusconi che a sua volta ”apre” ai finiani dissidenti.

A logica però il secondo pezzo del Tg5 avrebbe dovuto essere sul corteo del partito di Bersani. E invece no. Per essere più realisti del re, il secondo servizio era ancora di commenti di uomini del Pdl (ma non solo, c’era anche Casini). Alcuni parlavano della situazione politica in generale, ma altri (Gasparri, ad esempio) attaccavano la manifestazione del Pd, di cui ancora non si era parlato.

Per eccesso di zelo, quel “vergogna” pronunciato da Gasparri e indirizzato a Bersani, venendo prima del servizio su Bersani medesimo, aveva un suono surreale e un risultato forse opposto a quello desiderato dall’impaginatore.

Terzo sul podio arrivava infine il servizio sulla manifestazione del Pd. Anche qui con un errore surreale. Nel lancio del servizio si parlava del “vergogna!” pronunciato tre volte da Bersani. Ma nel servizio, forse per non disturbare il risveglio del presidente-proprietario, il terzo “vergogna” veniva tagliato.

Questo il video originale (vergogna addirittura quattro volte):

http://www.youtube.com/watch?v=gv3Dcc3yVbg&feature=player_detailpage

Seguiva poi la nera con Enna, Brembate e altre tragedie. Mentre gli scontri a Terzigno, intorno alla discarica, arrivavano nel finale, dopo l’attentato a Stoccolma. Ma d’altronde, il tema rifiuti è stato risolto, televisivamente, parecchie settimane fa.

Ad maiora.

 
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Pubblicato da su 12 dicembre 2010 in Comunicazioni

 

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VIAGGI IN CINA

Qualche giorno fa un comunicato del consigliere comunale milanese Basilio Rizzo invitava Palazzo Marino ad essere coerente con sé stessa. Visto che si esprime solidarietà al neo premio Nobel Liu Xiaobo, scriveva il rappresentante della Lista Fo, non si inviino più delegazioni consiliari in Cina o – se già organizzate – le si limiti a ”delegazione tecnica, composta da funzionari, ridotta all’osso. Non rappresentanti dei cittadini milanesi, perché  così  si comunica il dissenso della città, la volontà di far sapere la solidarietà dei milanesi a Liu Xiaobo”.

Sulle pagine milanesi di Repubblica si apprende che il Comune  di Milano non seguirà questo suggerimento. A breve parte una delegazione diretta a Shangai (dove si tiene l’Expo prima di quello milanese). I consiglieri comunali andranno in due tranche: 14 in tutto, sia della maggioranza che dell’opposizione. A guidare entrambe le delegazioni Stefano Di Martino, vice presidente del consiglio comunale.

Di Martino è stato l’unico italiano condannato per gli scontri nella China Town milanese, nella primavera 2007. “Ero lì a fare da paciere”, ha sempre detto l’ex An ora Pdl, ma i giudici di primo grado – nel giugno di quest’anno -non gli hanno creduto e gli hanno comminato 9 mesi di carcere per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. In primo grado sono stati condannati anche altri 37 imputati, tutti di origine cinese, con pene che vanno da 5 mesi a un anno e 9 mesi.  A breve ci sarà l’appello.

Mentre sarà in Cina, Di Martino potrebbe essere anche rinviato a giudizio in un altro processo. Quello per il finanziamento – da 580 mila euro – all’associazione italo-cinese Alkeos (era nella cosiddetta Pagoda di piazza Gramsci). Insieme a Di Martino è stato indagato anche un assessore Pdl, Guido Manca. Il Comune si è costituito parte civile nel processo.

Secondo il Pm Maria Grazia Pradella, l’associazione Alkeos oltre che di integrazione si occupava di spese voluttuarie, come viaggi in Cina.

L’udienza nella quale si deciderà il rinvio a giudizio è il 25 ottobre, mentre la delegazione consiliare sarà in Cina.

Ad maiora.

 
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Pubblicato da su 17 ottobre 2010 in Pensieri

 

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ARRESTATO IL CAPO ULTRA’ SERBO. IVAN, CLASSE 1389

E’ stato arrestato alle tre del mattino Ivan Bogdanov, 29 anni, capo degli ultrà serbi (e della Stella Rossa), quello che ieri sera a Marassi era seduto sulla balaustra. Da lì bruciava bandiere albanesi e lanciava grida di battaglia.

La polizia lo ha trovato nascosto nel vano motore del pullman dei tifosi serbi che stava facendo rientro a Belgrado. E’ stato riconosciuto per la data incisa sull’avambraccio: 1389.

Su quella data, l’amico e collega Marco Braghieri ha, nottetempo, scritto queste considerazioni:

1389. Un numero, un tatuaggio. Il serbo che si è arrampicato sulla recinzione del Luigi Ferraris lo porta su un braccio. Ha un passamontagna da cui spuntano gli occhi azzurri, taglia la rete con una cesoia. Incita quelli che lo guardano, dagli spalti. Ma cosa significa 1389? È una data, una di quelle che i serbi considerano centrali nella loro storia. La data della battaglia della Piana dei Merli. Regno di Serbia da una parte, sultanato dei Turchi dall’altra. La sconfitta porterà, settanta anni dopo, alla dissoluzione dell’impero di Stefano Uros V. Praticamente tutta la nobiltà serba verrà uccisa.

Duijzings, in Religione e politica dell’identità del Kosovo, scriverà “la maggior parte della storiografia serba sostiene che dalla Battaglia del Kosovo i Serbi hanno subito centinaia di anni di oppressione da parte dell’impero Musulmano”. Per il vescovo Amfilochije Radovic, metropolita del Montenegro fu “il Golgota del popolo serbo… la perdita del regno terrestre, transeunte e conquista dell’eterno regno celeste”.

E davanti a centinaia di migliaia di persone, il 28 giugno 1989, il neo presidente serbo Slobodan Milosevic, pronunciò un discorso, proprio dalla Piana dei Merli, per il seicentesimo anniversario della battaglia. Iniziava così: “La Serbia, dopo molti anni, dopo molte decadi, ha riottenuto la sua integrità statale, nazionale, e spirituale”. Un’unità ottenuta togliendo al Kosovo l’autonomia concessa nel 1974. Era l’inizio del nazionalismo serbo, di quella che poi sarebbe stata la guerra jugoslava. Quasi un anno più tardi, il 13 maggio 1990, si doveva giocare Dinamo Zagabria contro Stella Rossa di Belgrado. La partita non fu mai disputata, a causa di scontri fra le tifoserie. “Jugoslavia, calcio violento” titolava Repubblica. A venti anni di distanza, la serata di Genova. Con i serbi incitati da un ultrà col 1389 tatuato sul braccio.

Non è un particolare.

 

Sul 1389 consiglio la lettura di “Tre canti funebri per il Kosovo” di Ismail Kadaré. Penso lascerebbe a bocca aperta anche Ivan (il terribile).

Ad maiora

 
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Pubblicato da su 13 ottobre 2010 in Comunicazioni, Pensieri, Per sport

 

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PERCHE’ LA FARFALLA RAI TORNI A VOLARE

Prima di iniziare a recensire il libro di Gilberto Squizzato “La tv che non c’è” (Minimum fax, 2010), una premessa personale e necessaria.

Conosco Squizzato da vent’anni. Nel 1991 cercava giovani redattori da inserire nella nuova trasmissione “Europa” (che sta per chiudere in queste settimane, ma era già morta da tempo: i funerali sindacali si sono svolti a esequie già avvenuti) e dal Corriere (dal gruppo di Raffaele Fiengo, per l’esattezza), fui indicato io. Avevo 23 anni e da quattro anni bazzicavo i corridoi di via Solferino. Rispetto agli altri che vennero a “fare il provino” avevo qualche conoscenza televisiva in più, dato che da qualche mese curavo il tg di Lombardia7 (la dirigeva Paolo Romani, ora sottosegretario berlusconiano).

A Gilberto devo quindi il mio arrivo nell’azienda per la quale ancora oggi lavoro (dal 1991, con una pausa che mi fu imposta dalla politica nel 1994, ai tempi del primo governo di SB). Devo soprattutto quel poco che ho imparato di televisione. È, a mio modesto avviso, una delle persone che maggiormente conoscono la macchina televisiva nel nostro paese.

Da anni è lasciato dall’azienda del servizio pubblico radiotelevisivo (malgrado anche una sentenza della magistratura) a fare la muffa in un piccolo ufficio che è proprio sopra il mio: del suo caso, con un aplomb tipicamente britannico, parla in una nota a pagina 200 del volume. Nelle more di questa sua forzata inattività, Squizzato svolge in questo libro un lavoro immane. Propone uno schema di nuova governante della Rai. Non fa proclami ideologici e non lancia suggerimenti generici. No, disegna un possibile nuovo consiglio d’amministrazione (di 16 membri, come una volta), un nuovo amministratore delegato e un direttore generale editoriale che guidino la Rai. Una azienda che Squizzato sogna abbandonata dalla politica che ormai ne occupa tutti i gangli vitali. Sicuro che il Palazzo non farà da solo un passo indietro nell’occupazione del servizio pubblico, Gilberto invita nelle ultime pagine a una rivolta dal basso, fatta dai telespettatori.

Squizzato affronta anche il tema del finanziamento, negando l’ipotesi (caldeggiata da larghi settori dell’opposizione “democratica”) di smembrare la Rai, vendendone due canali, per lasciare il “servizio pubblico” relegato a Rai3. Anzi, il collega chiede un vero federalismo che renda la terza rete voce di quel territorio ormai scomparso da un’azienda completamente romanizzata (persino nelle fiction, malgrado le feste padane per un annunciato a mai realizzato sbarco di Rai2 a Milano).

Squizzato parla più della programmazione generale della Rai che del telegiornale in particolare. L’opinione pubblica, lo si capisce nel suo testo, viene più influenzata da un modo di proporre la realtà che traspare più nei programmi leggeri che in quelli “informativi”. Programmi sempre più spesso condizionati da una cultura americana, spesso lontana dalla nostra realtà. Ma ormai, come scrive «un ragazzo italiano, dopo una quantità smisurata di ore passate davanti alla tv, conosce tutta la geografia degli Usa, al punto che potrebbe viaggiare dall’Ohio alla California al Massachusset sentendosi quasi perfettamente a casa propria: ma quello stesso giovane non sa nulla di Orvieto, di Cefalù, di Luino e crede che il mondo sia un’immensa metropoli americana, che la verità sul delitto e sul male si possa scoprire solo con le tecniche di CSI, che i veri medici siano eroi solitari come il dottor House, mentre le adolescenti si persuadono che l’amore si possa vivere solo all’americana, come le protagoniste di Sex and the city. È una questione moralistica? No, è una questione di formazione del gusto, di capacità di lettura critica del reale».

Come d’altronde scrive Beppe Giulietti (parlamentare di Articolo 21) nell’introduzione, «proprio perché la Rai è pagata da tutti, dovrebbe essere il luogo dove dare cittadinanza e possibilità di espressione a tutti quei linguaggi, quelle identità, quelle diversità che altrove non trovano ospitalità, perché considerate ostili, non in linea con le volontà dell’editore, non utili alla raccolta pubblicitaria». Squizzato nel volume racconta la vicenda di una vecchia trasmissione “Di tasca nostra”, chiusa su pressione degli inserzionisti, chiedendosi quanto controllo eserciteranno su tv privati e giornali quegli inserzionisti che ormai dettano legge anche nei palinsesti. Il sogno di Squizzato (ma chi non sogna un futuro migliore?) è quello di un’azienda che riprenda in mano il suo destino, che torni a produrre tv anziché delegare ai venditori di format (alcuni dei quali, vale la pena ricordarlo come fa Gilberto) sono di proprietà del concorrente. È un format persino In mezz’ora dell’Annunziata: un tavolo, due sedie, un cronometro e un’intervista.

Tutto è esternalizzato in Rai, coi risultati che avete sotto gli occhi ogni sera e nelle orecchie se ascoltate la radio (in Mediaset lo è meno come ha rivelato il recente sciopero contro l’esternalizzazione del trucco). «Sarebbe come se il Corriere della sera avesse mantenuto solo la proprietà della tipografia e degli apparati commerciali appaltando il lavoro redazionale a società esterne, magari a un’agenzia formata da giornalisti di Repubblica», sottolinea con acume Squizzato che parla di creatività privatizzata e precarizzata.

La sfida che lancia il libro è anche a una riscrittura dei canali in vista della digitalizzazione (che come ricorda Squizzato non può essere solo nella trasmissione ma anche nella realizzazione, al momento invece ancora – incredibilmente – analogica) che dovrebbe essere sfruttata per ridare un senso a quel concetto di servizio pubblico, al quale Gilberto non ha dedicato solo questo libro, ma tutta la sua vita. Nella speranza, che la farfalla Rai torni a volare.

Gilberto Squizzato

La Tv che non c’è

(Come e perché riformare la Rai)

Minimum fax

Roma, 2010.

Pagine 239

13 euro

 
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Pubblicato da su 4 aprile 2010 in Recensioni

 

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