Repubblica Ceca

Grillo, i dissidenti, la fogna e il potere dei senza poteri

Da quando alcuni senatori M5S hanno votato Grasso alla presidenza dell’aula e il blog di Beppe Grillo li ha bacchettati, le mie antenne hanno più volte vibrato.
Ho infatti letto su quotidiani e siti internet e sentito un po’ ovunque (in più di un tg) un termine a me ben noto: dissidenza.
I dissidenti, se posso dirlo, sono ben altri rispetto senatori in disaccordo con il loro leader.
C’è un libro meraviglioso che spiega cosa sia la dissidenza. È “Il potere dei senza potere” di Vaclav Havel, uno che è stato dissidente nella sua vita, prima di guidare la Cecoslovacchia prima e la Repubblica Ceca poi. Lo ha pubblicato Garzanti nel 1991 e, chissà perché, mai più dopo. Scrive Havel: «L’uomo prende coscienza di essere un dissidente quando lo è già da un pezzo. La “dissidenza” non è una professione, è inizialmente e soprattutto una posizione esistenziale. (…) Un uomo non diventa “dissidente” perché un bel giorno decide di intraprendere questa stravagante carriera, ma perché la responsabilità interiore combinata con tutto il complesso delle circostanza esterne finisce per inchiodarlo a questa posizione: viene sbattuto fuori dalle strutture esistenti e messo in opposizione alle stesse».
Chiudo con una bella barzelletta sovietica. Che sembra invece fare il caso nostro: «Un dissidente arriva in un remoto villaggio in cui è stato esiliato. Il luogo sembra completamente deserto, tuttavia, non appena si avvicina al centro cittadino, avverte un terribile fetore. Nella piazza principale scorge una gran folla che se ne sta immobile, immersa in un lago di liquami di fogna che le arrivano al mento. Improvvisamente il dissidente vi cade dentro. Subito comincia ad agitare le braccia e a urlare pieno di disgusto: “Ehi! Non potete sopportare una cosa simile! Non potete starvene qui senza far niente!”. “Chiudi il becco e smetti di agitarti,” gli viene risposto “stai causando delle onde”».
Ad maiora

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#Euro2012 In gol per la Russia l’osseto Dzagoev, di Beslan

Alan Dzagoev due volte in gol nella partita d’esordio della Russia, è uno dei giovani campioncini del Cska di Mosca, dove gioca dal 2007. Pur essendo nato nel 1990. E non in una città qualsiasi della Federazione russa: Beslan, in Ossezia del Nord.
Qui il sequestro da parte di terroristi ceceni di un’intera scuola il primo settembre del 2004 e il successivo intervento delle forze speciali russe causò 334 vittime, 186 delle quali bambini.
Per tornare al calcio, il giovane centrocampista russo in gol stasera contro la Repubblica ceca valeva, prima degli Europei dai 15 ai 20 milioni di euro.
La Russia, grazie a giocatori come lui ha quest’anno buone possibilità nel torneo.
Stasera ha segnato ai cechi. Questo invece una spettacolare rete agli slovacchi:

Ad maiora.

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Domani la figlia della Tymoshenko al Senato Usa

La figlia delll’ex primo ministro ucraino Yulia Tymoshenko, Evgenia Carr, domani parlerà al Senato degli Stati Uniti. L’operazione fa parte di una campagna internazionale per chiedere la libertà di sua madre.

Interverrà davanti alla sottocommissione senatoriale per gli affari europei dedicata all’Ucraina.

Yulia Tymosheno è in carcere dal mese di agosto, E’ stata condannata a sette anni di carcere per abuso di potere, per un accordo sul gas firmato nel 2009 – nella sua veste di primo ministro – col suo omologo russo, Vladimir Putin.

La condanna, motivata da ragioni squisitamente politiche, ha creato tensioni tra Kiev e l’Unione europea. Il marito della Tymoshenko ha ottenuto qualche giorno fa asilo politico nella Repubblica Ceca.

“Continueremo a raccontare al mondo intero come il regime ucraino usi la giustizia per punire gli oppositori politici”, ha spiegato la figlia della Tymoshenko.

Evgenia Carr, 31 anni, è già stata in visita nel mese di gennaio a Berlino, Copenaghen, Parigi e Strasburgo per chiedere agli occidentali di aumentare la pressione sul presidente ucraino – filo-russo –  Viktor Yanukovich, al fine di ottenere la liberazione di sua madre.

“Più sarà forte la pressione, più crecerà la speranza di rilascio”, ha detto la Carr aggiungendo: “Mia madre è innocente ed è in prigione senza motivo: Yanukovich può liberare mia madre domani, se solo vorrà farlo”.

Nei giorni scorsi l’associazione Annaviva ha mandato una lettera al console ucraino di Milano chiedendo lumi sull’accanimento verso l’ex leader della rivoluzione arancione. Si è ancora in attesa di risposta.

Ad maiora.

Il marito della Tymoshenko chiede asilo a Praga. Lei lo ha conosciuto sbagliando un numero di telefono.

Il marito di Yulia Tymoshenko, Oleksandr, ha chiesto asilo politico nella Repubblica Ceca. Secondo le locali autorità si troverebbe gia a Praga e la richiesta verrà valutata in tempi rapidi.

Da tempo la Repubblica Ceca guarda con attenzione quel che accade in Ucraina. Qualche mese fa ha dato asilo politico a un alleato della Tymoshenko, Bohdan Danylyshynin.

L’ex primo ministro ucraino (filo-occidentale), ora principale oppositrice del presidente – filo-russo – Yanukovich, è stata condannata – per ragioni politiche – lo scorso ottobre a sette anni di carcere per abuso d’ufficio per aver firmato, quando guidava il governo, un accordo sul gas con l’omologo russo, Vladimir Putin.

Yulia e Oleksandr si sarebbero conosciuti per un errore telefonico: lei avrebbe composto male un numero e sarebbe entrata in contatto con lui.

Dopo l’innamoramento, il matrimonio nel 1979 e un anno dopo la nascita della figlia Evgenia. Lui era ed è un ricco imprenditore del campo energetico e ha a sua volta conosciuto il carcere per appropiazione indebita di 800 mila dollari (sempre per importazioni dalla Russia).

Da quando la moglie è scesa in politica, le apparizioni pubbliche di Oleksandr si sono ridotte all’osso.

Ora ritorna in scena con questa richiesta di asilo politico nella Repubblica Ceca.

Secondo i legali della Tymoshenko, anche per le pressioni che le autorità stanno esercitando sulla famiglia. Possibile quindi che venga seguito anche dalla figlia.

Ad maiora.

MINISTRO DI PAOLA UN AMMIRAGLIO ALLA DIFESA

Sarà perché prima della caduta del Muro scelsi l’obiezione di coscienza anziché le armi. Sarà perché l’altra sera – in un incontro con l’on Zaccaria a Bollate – Laura Tussi ha affrontato il tema dei media che ignorano il problema delle spese militari, ma tra i ministri tecnici del primo governo Monti mi ha lasciato perplesso quello alla Difesa. Giampaolo Di Paola (nato a Torre Annunziata 67 anni fa) ieri non ha potuto giurare nelle mani del Capo dello Stato perché in missione in Afghanistan.

E’ infatti presidente del Comitato militare della Nato.

Il suo curriculum è di tutto rispetto (http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/protagonisti/2011/11/16/visualizza_new.html_638374482.html)

Sicuramente è conosciuto in tutto il mondo.

Dalla Slovenia: http://youtu.be/MThKFpkLIew

Al Portogallo: http://youtu.be/L5jpYHm3t18

Alla Repubblica Ceca: http://youtu.be/1xLOCji12pw

L’Ammiraglio ha, da poco partecipato a un incontro formativo di Unindustria Treviso dove ha spiegato la sua visione di sicurezza globale: http://youtu.be/McMPryWHvN0

Non sono molti gli ammiragli o generali messi a guidare, politicamente, un ministero tanto delicato come quello alla Difesa. Tre lustri fa abbiamo avuto Domenico Corcione nel governo Dini: http://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Corcione

Per uscire dal nostro recinto, nella Repubblica socialista del Vietnam ministro della Difesa è il generale Nghien: http://en.wikipedia.org/wiki/Ministry_of_Defence_(Vietnam)

In Siria è stato, fino ad agosto, ministro della Difesa il generale Ali Habib Mahmud giudicato persona non grata dalla Ue: http://othersuns.wordpress.com/2011/08/02/syria-eu-adds-syrian-minister-of-defence-general-ali-habib-mahmoud-and-mohammed-makhlouf-and-three-other-to-the-sanction-list/

In Guatemala negli anni ’80 ministro della Difesa era Oscar Umberto Mejia, poi diventato presidente con un colpo di Stato: http://en.wikipedia.org/wiki/%C3%93scar_Humberto_Mej%C3%ADa_Victores

Non penso sarà questo il nostro destino.

Ma non credo, in compenso, che la spesa militare sia destinata a scendere. Visto anzi che continua a salire, malgrado la crisi: http://www.disarmo.org/rete/a/33068.html

Se ora abbiamo un ammiraglio, l’ormai ex ministro della Difesa La Russa non disdegnava di indossare la mimetica: http://youtu.be/4IN3SgkaO74

Nell’intervista rilasciata oggi al Secolo d’Italia, La Russa parla del suo mandato ministeriale ed elogia il suo successore: “Un’esperienza entusiasmante, del resto io questo ruolo ce l’avevo nel Dna, politico, culturale e perfino militare, visto che sono stato sottotenente e ho bruciato sul tempo chi verrà dopo di me, un ammiraglio, l’ottimo Di Paola…”. Sottolinea anche di “aver fatto ritrovare un rapporto di solidarietà e amore dei cittadini nei confronti dei militari”.

Giusto per finire con un sorriso, ricordiamo la parodia di Fiorello sull’ex ministro pidiellino: http://youtu.be/JKJm3Hc16yg

Ad maiora.

LA TRANSIZIONE AUTORITARIA (E SENZA SINDACATI) DELL’ECONOMIA RUSSA

«Sebbene il regime sovietico si crollato pacificamente sotto il peso dello spreco, dell’inefficienza e delle sue contraddizioni interne, la forza della sua eredità istituzionale e strutturale – dovuta alla lunga durata, alla compattezza istituzionale e al radicamento strutturale e psicologico nella società – ha esercitato una rilevante influenza ben oltre il suo crollo». Parte da queste basi l’analisi di Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky, contenuta nel volume “La Russia da Gorbaciov a Putin”, edito dal Mulino. È un’analisi sociologica della Russia moderna scritta a quattro mani ma finita a due dato che Zaslavsky, costretto ad emigrare in Usa nel 1975 è morto nel 2009. Gudkov che ha concluso il volume è il responsabile del Centro Levada, uno dei pochi istituti sociologici russi indipendenti.

L’interesse del volume sta più nelle analisi politiche, in quelle che raccontano il passaggio dall’Urss alla Federazione russa visto dal punto di vista della classe lavoratrice, della classe operaia. Scrivono i due sociologi: «La transizione russa, diversamente da quelle di Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria, è stata caratterizzata da una crescita poco lenta del tasso di disoccupazione e da una peculiare sostituzione dei licenziamenti con la riduzione dei salari (…) Da un lato, la pratica di mantenere lavoratori in eccesso ha ostacolato il cambiamento e la razionalizzazione dell’economia russa, contribuendo nel lungo periodo ad accrescere la delusione delle masse verso le riforme e la democrazia. Dall’altro, essa ha allentato la tensione sociale che si era accumulata, neutralizzando in parte il pericolo che la Russia subisse un’esplosione sociale con sviluppi simili a quelli della Germania di Weimar (…) Il modello russo di mercato del lavoro è riuscito a svolgere una funzione di ammortizzatore, mitigando le conseguenze negative che hanno accompagnato il passaggio all’economia di mercato».

Un modello differente da qualunque altro Paese, anche sul fronte dell’assenza di attività sindacali. Ma questa per Mosca e dintorni non è una novità: «Una volta uscito di scena il Partito comunista, si credeva che solo i sindacati avrebbero potuto dare voce alle proteste degli operai su licenziamenti ritenuti ingiustificati, retrocessioni, mancati pagamenti dei salari e altri abusi da parte dei proprietari e dei manager. Eppure queste fondate aspettative non si sono realizzate. Il mancato rilancio dei sindacati dimostra la forza degli atteggiamenti psicologici e culturali ereditati dal passato. I sindacati sovietici ufficiali non hanno mai avuto il ruolo di canali istituzionalizzati per l’articolazione e l’aggregazione degli interessi e delle richieste dei lavoratori. Sono sempre stati un organo settoriale dello Stato-partito, un’agenzia governativa incaricata di amministrare i fondi della previdenza sociale e di mobilitare i lavoratori per la realizzazione dei piani di produzione».

Un discorso che mi ha fatto venire in mente un quadro dipinto da Luigi Barzini nel suo “I comunisti non hanno vinto” (Mondadori, 1955): «Un generale sovietico visitava gli stabilimenti di Alexander Korda, a Londra, durante la guerra, quando il lavoro fu interrotto da uno sciopero a singhiozzo di dipendenti elettrici. Il generale sbuffò e disse: “Li lasciate scioperare? Anche da noi, una volta, scioperavano. Ma li abbiamo subito messi a posto”».

Chiosano Gudkov e Zaslavsky: «Almeno quattro generazioni di operai sovietici hanno vissuto senza diritto di sciopero e, di fatto, con il divieto di organizzare veri sindacati».

Nel libro si analizza anche la privatizzazione radicale (ma inevitabile secondo gli autori e chi scrive), che è passata però attraverso i voucher, un sistema forse efficace in presenza di una classe media, ma che ha finito per ingrassare i soliti noti: «Di fatto, tutti i vantaggi della privatizzazione sono andati alla burocrazia sovietica, e questo ha suscitato nella popolazione un rancore diffuso, l’impressione di aver subito un enorme inganno, un sentimento di forte disillusione nei confronti delle riforme: di qui la tendenza a considerare dubbia la legittimità della proprietà in quanto tale e della grande proprietà in particolare. (…) La stragrande maggioranza della popolazione russa è convinta che ogni grande ricchezza viene acquisita illegalmente». Nel 2005, è bene ricordarlo la lista di Forbes sugli uomini più ricchi del mondo comprendeva 25 miliardari russi (e il direttore di Forbes Russia, Klebnikov pagò con la vita l’inchiesta sulle quelle ricchezze accumulate: uo dei tanti delitti senza colpevoli nella Russia di Putin).

Eppure, come scrivono i due analisti, «Putin è una incarnazione dello spirito russo-sovietico, da lui condiviso con la maggioranza dei russi». Per questo regge, malgrado la crisi economica, malgrado quella che gli autori definiscono “autoritarismo senza transizione” e malgrado gli attentati terroristici che si susseguono a Mosca.

Ad maiora.

Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky

La Russia da Gorbaciov a Putin

Il Mulino

Bologna, 2010

Pagg. 208

Euro: 15