Si vantava di aver scoperto Gheddafi nel tunnel nel quale il dittatore libico si rifugiò per evitare di essere lapidato.
E si faceva fotografare con la pistola d’oro strappata al tiranno e forse usata contro di lui.
Ora Omran Shaban, 23 anni, sarebbe morto dopo essere stato catturato e seviziato dai lealisti.
Odio le armi e quelle d’oro mi disgustano.
C’è un altro dittatore che ne va fiero. È quel Ramzan Kadyrov che Putin ha messo alla guida della Cecenia.
Per lui mi auguro un sereno processo.
Per crimini contro l’umanità.
Ad maiora
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La pistola d’oro
Pur senza la maggioranza dei voti, Putin e Russia Unita controlleranno la Duma
Il partito di Putin non supera la maggioranza degli elettori (metà della quale è rimasta a casa, malgrado le temperature autunnali)’ ma grazie al terribile meccanismo elettorale, conquista la maggioranza assoluta dei seggi alla Duma, la Camera bassa russa.
Russia Unita si ferma al 49,5% dei voti, ben al di sotto di ogni previsione: conquista 238 seggi su 450.
In Russia infatti, da quando il putinismo detta legge, è cambiata la procedura elettorale: non solo lo sbarramento è al 7% ma ai partiti è, di fatto, anche impedito unirsi prima della corsa ai seggi. Un sistema anti-democratico che rende ben poco rappresentativo il parlamento.
Dove comunque la parte del leone la faranno i comunisti. In calo irreversibile di consensi dalla fine dell’Urss, raddoppiano i voti (19,1%) e i seggi (malgrado le denunce di brogli). Viene premiata la loro ferrea opposizione a Putin, la stessa che ha spinto tra le loro braccia molta di quella intellighentsija che mai avrebbe pensato di tornare a votare per un partito comunista nel dopo URSS. (Non centra nulla – ma forse sì – ma guardate come i neo campioni brasiliani del Corinthias hanno salutato la scomparsa del grande Socrates: http://www.youtube.com/watch?v=JxP4XFsh3L4).
Cresce anche il voto (un po’ xenofobo) ai liberal-democratici (13,1%) e ai socialdemocratici di Russia Giusta (11,6%) che aumentano i consensi forse anche per aver rotto l’alleanza con Putin.
È passato dunque lo spirito di parte dell’opposizione che invitava gli elettori a votare quei partiti che avrebbero potuto conquistare seggi.
In questo senso non stupisce la sconfitta di Jabloko, il partito liberale che ha ammorbidito le sue posizioni verso Putin e che, sempre per la stramba legge elettorale, anche se non raggiungerà il quorum, potrebbe ottenere un seggio, “donato” da Russia Unita.
Per capire come funziona il paese, il partito di Putin ha stravinto in Cecenia, dove Ramzan Kadyrov governa col pugno di ferro: 99,2% (era 99,9% allo scorso voto). I comunisti qui si fermano allo 0,15%. Davvero poco credibile.
Ad maiora
PUTIN? FARA’ LA FINE DI FRANCO O DI MUSSOLINI
Dopo due soli minuti dal nostro incontro (per un’intervista televisiva) con la sfrontatezza che mi caratterizza, informo Julia Latinina che a dicembre come Annaviva pensiamo di tornare a Mosca per seguire le elezioni politiche. Lei che da anni sfida il regime putiniano, sorride e mi risponde: “Elezioni? Ci sono ancora le elezioni nel mio paese?”.
Classe 1966, la rossa Latinina (mi ha ricordato la Bocassini, non solo per la tonalità dei capelli) è in Italia per presentare “Il richiamo dell’onore” (Marco Tropea), bel romanzo nel quale racconta quel micidiale mix di violenza e affari illeciti che caratterizza il Caucaso. Quando le chiedo quale se, per la Russia, il problema principale sia il terrorismo o la corruzione, mi ribatte domandandomi se sia nato prima l’uovo o la gallina.
Julia è considerata l’erede di Anna Politkovskaja. Ma chiunque lavori per la Novaja Gazeta e non abbia peli sulla lingua nel denunciare il tandem Putin-Kadyrov, non può non fare tornare alla mente la collega assassinata cinque anni fa.
Nel libro la Latinina affronta il nodo del Caucaso raccontando le gesta di un terrorista (Nijazbek, nome che fa anche il titolo originale dell’opera) che cerca, a suon di uccisioni, di imporre una sorta di logica fatta di islam e regole di rispetto clanico, ma anche di buon buon senso: «La vita di Nijazbek era guidata da un principio fondamentale: fare ciò che doveva essere fatto e farlo nel momento giusto. Nijazbek disprezzava le persone che passavano la vita a cercare scuse per non fare quello che era necessario fare». Se Salvatores invece che Lilin avesse letto la Latinina forse avrebbe tratto da questa storia il suo film (ma di sicuro non avrebbe goduto degli stessi fiumi di inchiostro su Repubblica).
Alla fine, come si conviene a queste storie russe (inventate o meno) muoiono tutti o quasi. Guerriglieri islamici come plenipotenziari russi che cercano di mettere insieme i cocci di un matrimonio – quello tra il Cremlino e il Caucaso – finito da decenni.
Nel “Richiamo dell’onore” non si uccide ma si mutila perché «i morti riposano sottoterra e nessuno li vede, i mutilati invece li vedi nelle stazioni del metrò che chiedono la carità». È la stessa terribile logica con la quale un guerrigliero-terrorista in sedia a rotella non può fare altro che usare le armi perché «con la sua invalidità non è in grado di picchiare nessuno: non può far altro che ammazzare». O per la quale un altro leader caucasico «si comportava con gli esseri umani come se fossero insetti: e si sa che gli insetti, se maltrattati, possono pungere».
Anche in Cecenia, come ricorda benissimo la collega Latinina, il 4 dicembre si voterà per le politiche. L’ultima volta il partito del potere putiniano (Russia Unita) raggranellò solo il 99,5%. Nel romanzo, si capisce il meccanismo di questa larga vittoria: «Nella fase di conteggio dei voti, un fucile puntato alla testa di uno scrutatore o di un presidente di seggio vale più della volontà espressa da mille elettori».
«La Cecenia – ha spiegato Julija Latinina nell’intervista – dopo l’assassinio di Anna Politkovskaja e soprattutto di Natalia Estemirova è diventata un buco nero dell’informazione: nessuno può più fare reportage da lì». E quando le chiedo cosa pensa del ritorno di Putin al Cremlino prima è tagliente («non è che ci torna, non se ne è mai andato») poi definitiva: «I presidenti a vita finiscono in due modi: o come Franco o come Mussolini”.
Ad maiora
Andrea Riscassi
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Julia Latinina
Il richiamo dell’onore
Marco Tropea editore
Milano, 2011
Traduzione (veramente bella): Mario Alessandro Curletto
Pagg. 318
Euro 17
CINQUE ANNI SENZA ANNA POLITKOVSKAJA
Cinque anni passati invano. O forse no. Anna Politkovskaja ci è stata tolta cinque anni fa. Assassinata mentre, come tante donne di questo mondo, finito di lavorare, “faceva la massaia”, ossia la spesa.
Il presidente ceceno Kadyrov – dopo che Anna era stata uccisa – ha detto che avrebbe fatto meglio a restare a casa a fare la casalinga. La Politkovskajalo definiva “idiota”. E in effetti l’uomo forte voluto da Putin (e non rimosso dal pavido Medvedev) ignora che le donne riescono a fare più cose contemporaneamente. E spesso le fanno meglio di noi uomini. Una qualsivoglia donna cecena, ne sono certo, saprebbe guidare la Cecenia meglio di quanto faccia Kadyrov. Magari quella El’sa Kungaeva, uccisa da un ufficiale russo, in caserma. El’sa in questi giorni avrebbe compiuto 29 anni. La Politkovskaja si batté perché il suo assassino, Jurij Budanov, fosse condannato. Con lei, solo i famigliari di Elsa e il loro avvocato, Stanislav Markelov. Ora sono tutti morti, Elsa, Anna, Stanislav e pure il colonnello assassino (e forse stupratore, almeno a leggere l’autopsia, non il verdetto dei giudici), ammazzato pochi mesi fa a Mosca, dopo solo 8 anni di cella. A questa terribile e esemplificativa storia l’associazione Annaviva ha dedicato uno spettacolo teatrale (El’sa K.) in scena a Milano proprio nel quinto anniversario dell’omicidio Politkovskaja (senza colpevoli, malgrado i recenti arresti):
http://andreariscassi.wordpress.com/2011/09/26/elsa-k-678-ottobre-in-scena-a-milano/
Cinque anni passati invano. Senza la Politkovskaja e con Putin che torna al Cremlino. Lui d’altronde, il giorno dell’omicidio di Anna, compie gli anni, brinda insieme ai suoi sostenitori. Che sono però un po’ meno del passato. Il prezzo del barile è altalenante. E se la tv è stabilmente sotto controllo, la rete internet è ancora libera.
Cinque anni non sono in realtà passati invece invano, pensando che chi voleva mettere per sempre a tacere Anna non è riuscito nell’intento. La Politkovskaja continua a parlare attraverso tutti coloro che non hanno lasciato cadere il suo testimone. A Mosca, come a Londra, a Barcellona come a Milano. Nessuno l’ha davvero potuta dimenticare.
Ad maiora





