Olimpiadi

La fiamma di Kadyrov

L’ex leader delle milizie cecene filo-russe, piazzato da Putin al vertice della Cecenia, fa il tedoforo per le Olimpiadi di Sochi.
Circondato da decine di agenti delle truppe speciali, nella Russia normalizzata e pacificata, corre non proprio in modo agile verso la meta.
La Politkovskaja, prima di essere assassinata, lo aveva definito un “idiota”.
Ieri, nello stadio di Grozny, Ramzan Kadyrov ha urlato: “Viva la Russia, viva Putin, viva le Olimpiadi, Allah è grande”.
A me vien da dire, sottovoce: Anna è viva e lotta insieme a noi.
Ad maiora

Come la tv ha trasformato gli sportivi in icone mediatiche (tesi)

Vedere Balotelli segnare due gol in campionato e qualche ora dopo osservarlo in un faccia a faccia a Le Iene (su Italia 1) non stupisce più. Come non stupisce che molte delle domande (alcune censurate dai suoi legali, come segnalato dalla trasmissione) vertano su aspetti assolutamente non calcistici.
Si tratta del cosiddetto sportainment, ossia il mix di informazione sportiva e intrattenimento. Proprio questo è il tema che sta alla base della tesi di Arianna Angelico (Università degli Studi di Milano, Facoltà di Lettere e filosofia, Corso di Laurea in Cultura e storia del sistema editoriale, correlatrice Emanuela Scarpellini) che viene discussa oggi. “La nascita dell’homo sportivus. Come i mass media hanno trasformato i campioni in icone”, il titolo dell’imponente lavoro.
Icone che come racconta la tesi devono essere in grado di tenere assieme tutto: ottime prestazioni sportive e anche una grande abilità nella comunicazione.
Oggigiorno infatti, nell’era della Videocrazia, pensare di imporsi solo sul terreno di gioco, ignorando il sistema mediatico, è praticamente impossibile.
Lo sport attira pubblico. Il pubblico attira pubblicità. E il sistema marcia compatto.
Qualcuno a volte non regge il peso di questo enorme meccanismo: come Schwazer o Pistorius. Ma tra gli sportivi presi in esame dalla Angelico ci sono invece personaggi che riescono a cavalcare l’onda, come Federica Pellegrini che riesce a far parlare di sé dentro e fuori la piscina.
La tesi si concentra e mette a confronto le Olimpiadi di Pechino 2008 e Londra 2012 raccontando le gesta mediatiche di meteore sportive e di eroi sportivi che resistono nel tempo come Usain Bolt.
Per restare in auge, per mantenere i riflettori accesi, per tacitare le polemiche, c’è una sola regola, spiega la tesi: vincere, vincere, vincere.
Ad maiora

Le lacrime (dopate) di Schwazer

In tv e sui giornali vedremo soprattutto le lacrime di Alex Schwazer, l’altleta altoatesino che assumeva epo.

La lunga conferenza stampa (in un albergo di Bolzano) al di là dei dettagli su dove ha comprato il doping (è così facile in Turchia? Ci sono appena stato e ho qualche dubbio), dove se lo è iniettato, ha raccontato soprattutto il suo disagio verso lo sport, l’attività sportiva: “Volevo solo stare di più con la mia fidanzata. con la mia famiglia” ha in sostanza detto.

Mi allenavo troppo, mi veniva la nausea, ha aggiunto. Succede a tutti gli atleti. Non tutti si dopano però.

E quando gli han chiesto su quale lezione la sua storia darà ai tanti ragazzi ha invitato a non seguire le sue orme. Forse oltre a quelle sul doping, intendeva quelle sull’allenamento massacrante cui tutti gli sportivi debbono per forza sottoporsi.

Ha anche difeso anche Michele Ferrari, medico e preparatore al centro di molte polemiche, inibito negli Usa per violazione del regolamento antidoping.

La domanda sulla quale Schwazer non è riuscito davvero a rispondere è sul perché non si sia ritirato prima di drogarsi per vincere.

Comunque una pessima lezione per chiunque faccia sport.

Ad maiora.

TORINO, IMBANDIERATA, FESTEGGIA LA VECCHIA ITALIA

La mia carrellata sulle città italiane imbandierate per la festa del 150 anni non può che passare da Torino. La città si è vestita a festa per questo compleanno nel quale si onorano anche i tempi in cui il capoluogo piemontese era capitale d’Italia.

Dopo le Olimpiadi, la metropoli (che mantiene quel suo gusto nobile e retrò, inimitabile) ha trovato un nuovo momento d’orgoglio (visto che il mito Fiat un po’ traballa). Per questo ovunque ci sono tricolori (si chiama tricolore anche la bandiera francese e quella belga, sempre che il Belgio sia ancora uno stato unitario).

Davanti al Comune di Torino si può osservare il bellissimo tappeto volante (tricolore, italiano) dell’artista francese Daniel Buren.

Mentre su molti palazzi sventolano gli antichi vessilli sabaudi, quasi a segnalare una nostalgia per una Torino che non c’è più.

A ciò si affianca la finta, ironica e abusiva toponomastica (affiancata a quella ufficiale o messa di fronte all’università) nelle quale si chiede l’utopia: che si dia spazio ai giovani o che non si eleggano mascalzoni in parlamento.

Difficile sapere se sono più attuali i re d’Italia o questi ragazzi sognanti.

Auguri, vecchia Italia.

1936. NASCONO L’OLIMPIA, PETERSON E L’IMPERO ITALIANO

E’ il 1936 quando Adolfo Bogoncelli, trevigiano di nascita, fonda a Milano la Ginnastica Triestina che diventerà Olimpia Trieste e poi Olimpia Milano.

Nel 1936 nasce a Evanston, in Illinois. Frequenta la Evanston Township High School (ETHS). E’ la stessa scuola dove – svariati lustri dopo – studia e gioca Mason Rocca, attuale capitano dell’Armani Jeans Milano. La stessa squadra che Peterson, 23 anni dopo essersi alzato l’ultima volta dalla panchina, tornerà a guidare.

Nel 1936, quando nascono l’Olimpia Milano e Dan Peterson, in Spagna il Fronte popolare vince le elezioni, i fascisti si ribellano e dopo la guerra civile sale al potere Francisco Franco, il generalissimo (morirà solo nel 1975, mentre Peterson sta allenando la Virtus Bologna e l’Olimpia è in cerca di un nuovo sponsor dopo Innocenzi, la Cinzano: la Simmenthal si  era tirata indietro perché le ricerche di mercato identificavano il nome con le scarpette rosse anziché con la carne in scatola).

Nel 1936, intanto a Roma davanti a una folla esaltata viene proclamato L’Impero dell’Africa Orientale Italiana.

Sempre salutando da Piazza Venezia, l’antenato di uno che ora balla in tv, viene nominato Imperatore d’Etiopia.

Sempre nel 1936 si tengono le Olimpiadi a Berlino. Il nero Jesse Owens vince 4 ori e non fa sorridere Hitler. Il suo record non sarà mai battuto.

Proprio Olympia, si chiama il film che Leni Riefenstahl, realizza sulle gare, il primo documentario dedicato alle Olimpiadi. Propagandistico ma realizzato con tecniche super moderne.

Ad maiora.

 

PS. Su indicazione di uno dei miei migliori amici, aggiungo che nel 1936 è nato anche Silvio Berlusconi. Il 29 settembre. La stessa data cantata da Lucio Battisti, seduto in quel caffè. La stessa data di Pierluigi Bersani, ma quindici anni prima.

PILLOLE (TENNISTICO) MONDIALI. 19

L’assenza dell’Italia dai Mondiali ha l’unico svantaggio che non c’è grande attesa per le gare successive. Il sabato del villaggio non scatta per Paraguay – Spagna. Per sopperire a tutto ciò gli inglesi organizzano un torneo di tennis sull’erba, a Wimbledon.

Scherzi a parte, due parole sul grande Novak Djokovic che oggi schiantando un taiwanese è arrivato in seminfinale al prestigioso torneo britannico (dal quale è stato escluso l’ondivago Federer).  Il serbo – che lo scorso anno ha vinto l’Australian Open- è nato a Belgrado nel 1987 (si chiamava ancora Jugoslavia). Negli scorsi giorni ho letto che l’amministrazione comunale milanese cercava di arrampicarsi sugli specchi per giustificare l’assenza nell’ex capitale morale di una piscina olimpica. A Milano manca (dalla nevicata del 1985, c’era la Jugoslavia, ma anche l’Urss e un Muro a Berlino) persino un Palazzetto dello Sport. Si gioca in una struttura privata ad Assago (collegata da una metropolitana, ancora inattiva, ma questo non è un post sulle carenze infastrutturali italiane).

Nella Belgrado, giusto per fare un esempio con una città che da sempre mi ha affascinato, ci sono quasi mille strutture sportive. Ha piscine olimpiche tanto da aver ospitato nel ’73 i primi Mondiali di nuoto. La capitale serba ha recentemente organizzato il Campionato Europeo di Basket maschile. Si è candidata anche a ospitare le Olimpiadi. Ma per motivi politici e commerciali (sempre che ci sia ancora differenza tra i due aggettivi) ha perso contro Barcellona ed Atlanta.

Belgrado sforna talenti sportivi: oltre a Djokovic, le tenniste Jelena Jankovic e Ana Ivanovic e i calciatori Aleksandr Kolarov e Dejan Stankovic.

La capitale serba ha infatti anche una lunga tradizione calcistica (nove le squadre presenti in prima divisione). Ha due stadi di calcio, quello della Stella Rossa e quello del Partizan. Hanno una capienza di 55 mila e 32 mila spettatori. Molti degli ultrà andarono a fare la guerra contro le repubbliche (e province) secessioniste. Ma questa è un’altra storia ancora.