Nato

Le guerre democratiche di Massimo Fini

Non sempre ci si trova d’accordo con quel che scrive Massimo Fini, ma non ci annoia lungo le 289 pagine del volume “La guerra democratica”. Il giornalista, edito da Chiarelettere, ha condensato in unico volume tutti gli articoli che in questi anni ha dedicato all’interventismo militare umanitario degli ultimi anni. Dalla Somalia all’Afghanistan (dove ieri Monti ha annunciato che rimarremo oltre il 2014: bella idea in un periodo di tagli!), passando per l’ex Jugoslavia e Iraq e arrivando fino alla Libia che fu di Gheddafi.

Fini può permettersi di ripubblicare pezzi datati 1991 perché è innegabile in lui una coerenza, non sempre riscontrabile in altri giornalisti (alla incoerenza della politica dedico solo questa parentesi, chi mi legge ci arriva da solo).

Massimo Fini se la prende con l’uso peloso e ipocrita della terminologia umanitaria per contestare le tante troppe guerre che, dalla caduta del Muro, si sono susseguite in Asia e Africa: “Fin dai tempi più antichi la guerra è stata sottoposta a delle formalità e a dei riti precisi di demarcazione, proprio per staccare, senza possibilità di equivoci, il tempo di guerra da quello di pace. E questo perché in guerra diventa legittimo ciò che in pace è invece assolutamente proibito: uccidere. (…) Oggi la guerra la si fa, come sempre, ma non si osa più dichiararla e si preferisce mascherarla ipocritamente, da parte occidentale, sotto nomi diversi: operazione di peacekeeping, interento umanitario eccetera. Oggi noi pretendiamo di fare la guerra, ma chiamandola in altro modo, per il bene di chi bombardiamo”

Una delle lezioni che a volte tengo a Storia in Statale o ai corsi di Geopolitica delle Acli si intitola “Dopo la fine dell’Onu”. Infatti, purtroppo, il carrozzone delle Nazioni Unite è stato sotituito dalla Nato (che avrebbe invece dovuto essere sciolta come il Patto di Varsavia) e dai vari G8, G20, G30, club autoconvocati che decidono le sorti di tutte le nazioni.

Fini è sprezzante verso le azioni militari del mondo occidentale, passato dal peace-keeping al peace-making, addirittura al peace-enforcing.

Ma se la prende anche con le iniziative umanitarie che seguono a ruota quelle militari: “In un certo senso era molto meglio il colonialismo classico perché mantenendo il distacco degli indigeni perlomento consentiva loro di conservare i propri costumi, la propria cultura, la propria anima. Mentre il colonialismo attuale, con la pretesa totalizzante di omologazione a sé, ritenendosi il migliore dei mondi possibili, l’intero esistente e di fare della terra un unico, immenso, mercato, distrugge i popoli con cui viene in contatto, sia in senso economico, perché fingendo di portar loro risorse in realtà gliele rapina, sia in quello, più profondoo, esistenziale, emotivo, psicologico e culturale”.

Nel mirino de “La guerra democratica” ci sono quasi sempre gli Usa e la loro politica estera: “Di un alleato come gli Stati Uniti non so se si può fare a meno, ma si deve fare a meno. Perché non sono degli alleati, ma dei padroni. Perché se è vero che la libertà dell’Europa di ieri è passata – anche – attraverso gli americani, è altrettanto vero che che la libertà dell’Europa oggi si può realizzare solo contro gli americani”.

Fini (come ai suoi tempi Clementina Forleo, in una sentenza che scatenò assurde polemiche) ha sempre differenziato le azioni di terrorismo da quelle di guerriglia, anche quando a esserne vittima sono stati italiani: “L’attacco di Nassiriya non è un atto terroristico, vile e ignobile come ha detto il capo dello Stato e come ripetono tutti i media (terrorismo si ha quando vengono colpiti dei civili inermi), ma di guerriglia che ha preso di mira un obiettivo militare”.

Nel volume si ritrovano anche alcune imprecisioni dettate dalla quotidianità (la produzione afghana di oppio – azzerata dai talebani – sotto Karzai-Usa è l’80% del fabbisogno mondiale in un pagina e il 93% nella pagina successiva; i morti per la strage di Lockerbie furono 270 e non 700 ).
Ho fatto invece un salto sul divano, per un passo su una strage cui ho dedicato molta attenzione professionale (e affettiva): quella di Srebrenica.

Massimo Fini parla delle 650.000 vittime civili dell’intervento “umanitario” in Iraq e traccia un paragone: “Cento volte supriore a quelle dell’assedio di Sarajevo della famosa strage al mercato e di quella di Srebrenica (dove peraltro a essere liquidati fino solo maschi adulti)”.

I maschi adulti furono 8372. Erano adulti nel senso che furono assassinati tutti i maschi tra i 14 e i 65 anni rimasti nell’enclave creata dall’Onu per salvare i civili. Di quegli 8372 civili ogni 11 luglio si celebrano i funerali. Le milizie serbe hanno sparpagliato i loro resti in tante fosse comuni. Di quegli 8000 mila musulmani hanno trovato sepolutra solo 6000 mila. Quelli per cui decine di anatomi patologi sono riusciti, grazie al Dna, a rimettere insieme tutte le ossa, dal cranio ai piedi. Liquidarliin una parentesi è davvero riduttivo.

Ad maiora

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In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla

La campagna elettorale del compagno Putin evoca la guerra fredda

La campagna elettorale del compagno presidente Vladimir Putin prevede ogni lunedì un suo articolo su una testata nazionale. La loro lunghezza è tale che twitter in russo ha ora come limite 140mila battute.
Quello odierno, sul quotidiano ufficiale Rossiskaija Gazeta ha al centro la difesa, anzi le spese della difesa.
Un articolo del quale, persino un Obama distratto dalla sua campagna elettorale, non potrà non accorgersi. La politica del reset e di mangiare hamburger va a farsi benedire nel clima da campagna elettorale nel quale Putin, come al solito, cerca consenso mostrando i muscoli e ricompattando il paese di fronte al nemico.
L’antiamericanismo ha sempre un suo perché. Ma – dopo che è stato messo in soffitta da tempo – leggere un Putin che attacca l’idea (davvero imbarazzante) dello scudo missilistico della Nato in Europa, fa un po’ sorridere.
Quanto alle affermazioni, tardo-sovietiche, nelle quali il compagno presidente annuncia che “la risposta tecnico-militare alla difesa missilistica Usa e alla sua sezione europea sarà efficace e asimmetrica. E corrisponderà ai passi Usa in tale direzione” lasciano il tempo che trovano.
L’ex spia sovietica, incurante della crisi (e del malcontento nel paese, con Russia Unita che ha perso la maggioranza assoluta) annuncia un incremento delle spese militari. Alle forze armate verranno fornito 400 nuovi missili intercontinentali, 28 sistemi anti-missilistici, 10 missili Iskander-M, 50 navi da guerra, 600 aerei, 1.000 elicotteri, 2.300 tank e un centinaio di satelliti militari.
Vladimir, prossimo presidente, si prepara di nuovo a giocare a Risiko. Per spaventare – quel che resta de – l’Onu e l’Occidente (che non vede l’ora – solo a livello di dirigenza politica – di spendere altri soldi in inutili armamenti).
Ma zar Putin ruggisce soprattutto per accontentare quella Russia profonda – non moscovita dunque – che lo voterà massicciamente il 4 marzo.
Ad maiora.

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MINISTRO DI PAOLA UN AMMIRAGLIO ALLA DIFESA

Sarà perché prima della caduta del Muro scelsi l’obiezione di coscienza anziché le armi. Sarà perché l’altra sera – in un incontro con l’on Zaccaria a Bollate – Laura Tussi ha affrontato il tema dei media che ignorano il problema delle spese militari, ma tra i ministri tecnici del primo governo Monti mi ha lasciato perplesso quello alla Difesa. Giampaolo Di Paola (nato a Torre Annunziata 67 anni fa) ieri non ha potuto giurare nelle mani del Capo dello Stato perché in missione in Afghanistan.

E’ infatti presidente del Comitato militare della Nato.

Il suo curriculum è di tutto rispetto (http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/protagonisti/2011/11/16/visualizza_new.html_638374482.html)

Sicuramente è conosciuto in tutto il mondo.

Dalla Slovenia: http://youtu.be/MThKFpkLIew

Al Portogallo: http://youtu.be/L5jpYHm3t18

Alla Repubblica Ceca: http://youtu.be/1xLOCji12pw

L’Ammiraglio ha, da poco partecipato a un incontro formativo di Unindustria Treviso dove ha spiegato la sua visione di sicurezza globale: http://youtu.be/McMPryWHvN0

Non sono molti gli ammiragli o generali messi a guidare, politicamente, un ministero tanto delicato come quello alla Difesa. Tre lustri fa abbiamo avuto Domenico Corcione nel governo Dini: http://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Corcione

Per uscire dal nostro recinto, nella Repubblica socialista del Vietnam ministro della Difesa è il generale Nghien: http://en.wikipedia.org/wiki/Ministry_of_Defence_(Vietnam)

In Siria è stato, fino ad agosto, ministro della Difesa il generale Ali Habib Mahmud giudicato persona non grata dalla Ue: http://othersuns.wordpress.com/2011/08/02/syria-eu-adds-syrian-minister-of-defence-general-ali-habib-mahmoud-and-mohammed-makhlouf-and-three-other-to-the-sanction-list/

In Guatemala negli anni ’80 ministro della Difesa era Oscar Umberto Mejia, poi diventato presidente con un colpo di Stato: http://en.wikipedia.org/wiki/%C3%93scar_Humberto_Mej%C3%ADa_Victores

Non penso sarà questo il nostro destino.

Ma non credo, in compenso, che la spesa militare sia destinata a scendere. Visto anzi che continua a salire, malgrado la crisi: http://www.disarmo.org/rete/a/33068.html

Se ora abbiamo un ammiraglio, l’ormai ex ministro della Difesa La Russa non disdegnava di indossare la mimetica: http://youtu.be/4IN3SgkaO74

Nell’intervista rilasciata oggi al Secolo d’Italia, La Russa parla del suo mandato ministeriale ed elogia il suo successore: “Un’esperienza entusiasmante, del resto io questo ruolo ce l’avevo nel Dna, politico, culturale e perfino militare, visto che sono stato sottotenente e ho bruciato sul tempo chi verrà dopo di me, un ammiraglio, l’ottimo Di Paola…”. Sottolinea anche di “aver fatto ritrovare un rapporto di solidarietà e amore dei cittadini nei confronti dei militari”.

Giusto per finire con un sorriso, ricordiamo la parodia di Fiorello sull’ex ministro pidiellino: http://youtu.be/JKJm3Hc16yg

Ad maiora.

L’ONU FARA’ LA FINE DELLA SOCIETA’ DELLE NAZIONI?

A leggere bene le carte, anche al momento del voto della risoluzione 1973 delle Nazioni Unite, si vedevano già ampiamente tutte le criticità che l’istituzione della “No fly zone” in Libia e l’autorizzazione di “tutte le necessarie misure” per proteggere i civili avrebbe provocato e che sono ora sotto gli occhi di tutti.

Tra i cinque Paesi che Consiglio di Sicurezza  – su 15 – che si sono astenuti (Brasile, Cina, Germania, India e Federazione Russa), due aveva soprattutto già capito la mala parata. I brasiliani (rappresentati da Maria Luiza Riberio Viotti – i Paesi all’avanguardia sono governati e rappresentati da donne) avevano dichiarato di “non essere convinti che l’uso della forza potesse garantire la realizzazione dei comuni obiettivi”, spiegando che “nessuna azione militare da sola porta alla fine di un conflitto”. I russi (rappresentati da Vitaly Churkin, ambasciatore attivo dai tempi della tragedia di Chernobyl) sottolineavano invece come “molte domande rimanessero senza risposta”, incluso “come” e “chi” e “con che limiti” si sarebbe messo in pratica la risoluzione. I dubbi sono ancora sul tavolo.

Poche ore dopo il voto, Sarkozy mostrava i muscoli in televisione, sollecitando i mai sopiti spiriti imperiali dei cugini d’Oltralpe. L’America del sempre più confuso Obama, inseguiva a breve distanza e dopo pochi giorni anche i nostri Tornado sfrecciavano per i cieli libici giusto per mostrare un tricolore che non fosse solo quello francese.

Ora tutti (salvo Sarkozy, cui distribuire le carte non era mai capitato e che sembra si stia divertendo) invocano l’intervento della Nato che – non si sa né chi né quando sia stato deciso – è diventato il braccio armato dell’Onu. L’Alleanza atlantica a mio giudizio avrebbe dovuto essere sciolta una volta vinta la battaglia con “l’impero del male”, una volta cioè collassato per implosione il suo avversario storico, il Patto di Varsavia. Così non è stato e i 28 paesi occidentali che compongono questa alleanza militare (che cerca di allargarsi a più Paesi possibili per mantenere una predominanza politico-militare) si incaricano di essere i soldati delle Nazioni Unite. Questa organizzazione internazionale, subentrata alla Società delle Nazioni ha già mostrato ampiamente i suoi limiti e mi auguro che venga superata non tanto dai vari G8, G20, G40 e chi più ne ha più ne metta (sorta di Rotary per Paesi ricchi dove si è cooptati), ma da una nuova organizzazione meno elefantiaca,  in grado soprattutto di rappresentare un mondo che cambia.

Ad maiora.

LE ACCUSE A THACI. COLPA DI CHI LO SPALLEGGIO’

Negli anni Novanta, mentre gran parte dei Balcani veniva sconvolto dalle guerre civili, sono stato in Kosovo. La provincia a maggioranza albanese era governata dalla minoranza serba. Gli albanesi, guidati da Rugova, attuavano una strenua opposizione nonviolenta: avevano creato un loro sistema di vita parallelo, fatto di scuole e istituzioni indipendenti. C’era pure un campionato di calcio parallelo.
Tornato in Italia, mi domandavo perche’ nessuno dei potenti del mondo desse una mano a quel tipo di rivoluzione democratica. Perche’ non si sostenesse quel percorso che avrebbe portato a una soluzione sudafricana della crisi.
A Rugova invece Onu e Ue davano belle pacche sulle spalle: andate avanti così, dicevano. Ma cosi’ non si poteva andare avanti.
Lo si capi’ quando un gruppo terroristico kosovaro, l’Uck guidato da quel Thaci, che ha vinto le recenti elezioni, prese in mano i kalashnikov e comincio’ a sparare sui serbi.
La reazione di Belgrado fu violenta, causando centinaia di migliaia di profughi che si riversarono in Albania. Cui segui’ l’azione militare della Nato (che insieme ai vari G8/14/30 ha preso il posto delle Nazioni unite) che attacco’ Belgrado e diede il la’ all’indipendenza, de facto, di Pristina.
Ora, a urne chiuse, il dossier del Consiglio d’Europa accusa lo stesso Thaci di aver ucciso, tra l’altro, prigionieri serbi per vendere organi. Un’accusa che anche la Del Ponte aveva lanciato, senza pero’ trovare prove.
Milosevic, prima di morire in cella all’Aja, aveva provocatoriamente chiesto in aula: “Quanti esponenti moderati, amici e collaboratori di Rugova sono stati uccisi dal terroristi di Thaci?”.
Ma come per i talebani, finche’ sei sotto l’ombrello degli americani, puoi fare quel che vuoi.
Per fortuna pero’, oggigiorno, queste notizie (come quelle sulle minacce dei servizi russi e ceceni alla Politkovskaja, prima del suo omicidio, emerse ora da Wikileaks) grazie alla rete, rimarranno per sempre incollati al nome di chi si sarebbe macchiato di crimini contro l’umanità.
Ad maiora.