Milan

Paolo Scaroni

L’Eni dopo Scaroni: che ne sarà della liaison con la Russia di Putin?

Finisce dopo 9 anni la gestione di Eni da parte di Paolo Scaroni. Messo lì da Berlusconi (i rapporti tra i due sono molto buoni: l’ex cavaliere anni fa gli ha regalato un piccolo pacchetto di azioni del Milan) non era mai stato sostituito nemmeno dai governi di centro-sinistra.

L’asse creata dall’Eni di Scaroni con la Russia di Putin ha infatti sempre trovato un appoggio bipartisan. Berlusconi è da immemore tempo uno dei migliori alleati dell’uomo forte del Cremlino. E il primo viaggio di Bersani da ministro per lo Sviluppo economico fu proprio a San Pietroburgo, con Eni ed Enel.

Le due società statali italiane hanno partecipato, proprio in quegli anni, all’asta seguita all’esproprio delle azioni della Yukos, la società di Khodorkovskij fatta fallire perché l’oligarca non aveva piegato la testa davanti a Putin. Comprando pacchetti azionari e poi rivendendoli a Gazprom, il potente braccio gassoso dell’armata putiniana.

Ora arriva alla guida di Eni  (alla presidenza) Emma Marceglia. Ricordo che quando, come presidente di Confindustria, organizzò un viaggio a Mosca, Annaviva scrisse a lei e a una serie di imprenditori (in partenza per fare affari nell’ex terra dei Soviet) una lettera aperta, ricordando loro quel che succedeva ad alcuni loro colleghi, come Khodorkovskij e Lebedev.

La lettera non ebbe risposta.

Ad maiora

Calciatori, giù la cresta

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Ricevo e volentieri pubblico questa riflessione di Sergio Calabrese, amico e collega (che per anni ha calcato chilometri e chilometri di erbosi tappeti calcistici, realizzando magnifiche riprese per mamma Rai).
Ad maiora

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Sfumata. Accentuata. Esagerata! Che cos’è? Ma è la cresta, signori miei, quella dei “padroni della domenica”, quella che esibiscono molti calciatori diventati ormai un catalogo ambulante di tagli per capelli inguardabili, “a volte orribili!”
Lo stadio diventa una sorta di passerella dove alcuni calciatori si fanno notare più per le loro acconciature pilifere che per i dribbling e la capacità di andare in gol. Nella società dell’apparire una cresta multicolore vale parecchi primi piani televisivi e “contribuisce ad aumentare il valore economico del calciatore sul mercato”, dicono i procuratori. Un calciatore crestato si “vende” meglio rispetto a un calciatore con pochi capelli. “Ho la cresta multicolore, dunque esisto”, pare essere il nuovo verbo nel mondo di Eupalla.
Nella maggior parte i “crestati” sono attaccanti, ma non tutti a dire il vero sono scarsi, ci mancherebbe! Alcuni sono top player come Marek Hamisik centrocampista del Napoli e capitano della Nazionale Slovacca. L’attaccante partenopeo porta la cresta da quando aveva 14 anni e giocava nelle giovanili della Sampdoria. Altri campioni crestati sono i giovanissimi talenti del Milan Stephan El Shaarawy e Mario Balotelli. Al suo arrivo al Milan proveniente dal Manchester City, Marione aveva detto: “Toglietemi tutto, ma non la mia cresta: non ci rinuncio neanche se me lo chiede il padrone Berlusconi!”
Non vi è squadra di A, di B, campionati minori, scapoli e ammogliati, che non scendano in campo acconciati secondo i dettami della nuova moda. La cosa terrificante è che queste acconciature “hair tarro” sono diventati modelli estetici da imitare: soprattutto tra gli adolescenti. Di domenica, basta girare i campetti di periferia per vedere tantissimi “piccoli truzzi crescono” che sotto lo sguardo fiero di mamma e papà, zampettano sull’erba esibendo inguardabili testoline rasate, scolpite, ossigenate. Roba da fare intervenire il “Telefono azzurro”. Insomma, la cresta “tira” e tutti (bene o male) ne parlano. Alcuni hair stylist sono i “nouveau artist” che scolpiscono il cuoio capelluto di tanti calciatori. Molti di questi “barbè”, al pari degli osannati stilisti del made in Italy, sono finiti sulle prime pagine dei giornali grazie alle loro “opere pilifere”. Turuzzu Corigliano di Arenzano e Rino Riccio da Pozzuoli sono i parrucchieri scultori più trend del momento. I bene informati dicono che “questi due” siano gli artefici della creste mohavk più in voga del momento: quelle del giocatore partenopeo Marek Hamsik e del gioiellino del Milan di origini egiziane Stephan El Shaarawy. Qualcuno, al di là del valore “artistico”, si è chiesto se queste acconciature (sempre annegate da interi tubetti di lacca e gel in quantità industriale) non rappresentino un pericolo durante le concitate fasi di gioco di una partita di calcio. A proposito, Nathan Van Someren, rugbista australiano, è stato espulso dall’arbitro per “acconciatura pericolosa”: i capelli della sua cresta, ritti e duri come gli aghi di un porcospino, potevano rappresentare un’arma impropria durante le mischie infilandosi negli occhi di un avversario. Chissà se i “parrucconi” della Fifa (l’organizzazione che governa il calcio mondiale) ci hanno pensato. Ma tant’è! Per ora avanti tutta con il kit del calciatore narciso che prevede creste, tatuaggi in quantità industriale, treccine e code di cavallo; anche se queste ultime dopo il ritiro del calciatore divin codino Roberto Baggio e dell’ex milanista Ruud Gullit sono un po’ demodé. Ma da dove arriva la moda mohavk? Gli esegeti del fenomeno ci dicono che tutto partì dall’uomo di Clonyvan risalente all’età del ferro, vissuto 2300 anni fa in una palude irlandese. Il suo reperto mummificato con una cresta altissima è stato ritrovato in buono stato alcuni anni fa vicino a Dublino. Poi ci sono i Pellerossa del Nord America divisi in 250 tribù tra le quali spicca quella del fiero popolo dei Mohicani; la cresta, infatti, era l’acconciatura tipica di questa tribù. I guerrieri che si mettevano in prima linea per combattere si caratterizzavano per le loro altissime e colorate acconciature. Per la storia i Mohicani sono stati i pellerossa che per primi hanno abitato l’area più antica dell’attuale Manhattan. Anche letterati e scrittori dell’Ottocento e del tardo Novecento hanno frequentato questa particolare acconciatura. Il poeta maledetto Charles Baudelaire, come gesto di ribellione amava spesso tingersi i capelli. Infine vi è la stilista inglese Vivienne Westwood che ha ispirato la nascita della cultura “teppista-punk-tarro” del ventesimo secolo.
Sotto la cresta, dunque, c’è anche un po’ di cultura. Chissà se i calciatori che alzano le loro creste lo sanno? Ma che importa! In fondo loro, i calciatori (cresta o no), devono soltanto giocare a pallone e fare gol. Un mio perfido collega televisivo che da una vita scrive di calcio -ma non ama i suoi protagonisti- mi ripete spesso: “Sergio, pensa se tutti i calciatori fossero anche colti”.
Sfogliando l’album Panini del tempo che fu, vivo una grande nostalgia guardando le immagini di Giampiero Boniperti; il mai dimenticato campione e bandiera della Juve. Il capitano juventino era stato soprannominato “Marisa” dal perfido giocatore dell’Inter Benito Lorenzi detto “Veleno” perché in campo il biondo e riccioluto giocatore osava soffiarsi il naso con un candido fazzoletto che poi riponeva accuratamente dentro il taschino dei pantaloncini”.
E sempre le figurine ci fanno vedere i grandi campioni del passato Sandro Mazzola, Giacinto Facchetti, Gianni Rivera, Giambattista Moschino immortalati con le loro pettinature da collegiali. Altro che creste! Più che campioni di football sembravano inappuntabili ragionieri della porta accanto. Ma quello, si sa, era ancora il calcio del “Mulino bianco e della Brillantina Linetti”.
Ah, dannata nostalgia!
Alé!
Sergio Calabrese

Comunque

Coprendo la Torre del Filarete (per i restauri) con i giocatori del Milan potevano almeno metterli col Castello Sforzesco sullo sfondo. E invece ci sono le Colonne di San Lorenzo.
Avevano fatto uno scatto al Castello. Ma c’erano Ibra e Thiago Silva, ora cancellati dal gruppo, come certi dirigenti del PCUS ai tempi di Stalin.
Ad maiora

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Quando Silvio era il Padreterno: 26 anni fa, nel cielo dell’Arena

“Il presidente ideale per il Milan sarebbe il Padreterno”. Così diceva Giussy Farina che negli anni Ottanta rischiò di far fallire il Milan. I tifosi rossoneri avevano già subito l’onta di due retrocessioni (una per frode sportiva e uno sul campo). E quando arrivò Silvio Berlusconi forse sognavano che fosse lui il Padreterno in grado di salvare il Diavolo. Silvio che ora vuole di nuovo guidare il Paese, per i rossoneri è stato proprio quello. E il modello vincente ha cercato di esportarlo in politica. Fallendo.
Ora a molti lustri di distanza anche il Milan sembra essere a fine impero. Non si spiegherebbe altrimenti l’idea di liberarsi dei due giocatori migliori della passata stagione: Ibra e Thiago Silva. Il tutto dopo aver lasciato un anno fa alla Juve Pirlo, decisivo per lo scudetto juventino (sul numero non mi cimento, mi sembra una polemica degna di un paese in decadenza, anche sportiva).
Tutto questo pippozzo per dire che la “discesa in campo” di Padreterno-Silvio non va fatta risalire al 23 novembre 1993 quando fece la sua prima uscita politica (all’inaugurazione dell’Euromercato di Casalecchio di Reno, convocati numerosi giornalisti disse una frase -legata alle amministrative capitoline- che oggi difficilmente ripeterebbe: “Se fossi a Roma non avrei dubbi: voterei Fini”). E nemmeno al 26 gennaio 1994 quando, saltando la mediazione giornalistica, mandò a tutte le televisioni la cassetta in cui annunciava che “l’Italia è il paese che io amo”.
La vera discesa in campo, dall’alto degli amati elicotteri, fu il 18 luglio 1986: quel giorno, in un Arena di Milano bollente, invaso da diecimila tifosi Padreterno-Silvio arrivò, ovviamente dal cielo, insieme alla squadra che da lì a qualche anno sarebbe diventata la più vincente del mondo. Le immagini di quella discesa, accompagnata dalle note della Cavalcata delle Valchirie, in puro stile Apocalipse Now, sono pressoché introvabili (ma le foto sono proprio belle).
Per chi c’era come me, l’impressione fu di qualcosa di kitsch e niente più. Solo qualche anno dopo se ne capì la portata. Io la intesi il 18 maggio del ’94 quando, mentre il Senato votava la fiducia al suo primo governo, Berlusconi se ne stava in qualche ufficio a guardare il Milan vincere la Coppa dei Campioni (4-0 allo Steaua).
Sono passati 18 anni da allora.
Ben 26 anni dal suo arrivo nell’Olimpo rossonero.
Ma il sogno non sembra più tale. Nemmeno quello calcistico.
Ad maiora.

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