Libia

US IRAQ

Se l’informazione è pubblicitaria (tesi)

Qual è il confine tra informazione e propaganda in tv? E’ la domanda, affatto pellegrina, che si è posto Francesco Morzaniga per una tesi in discussione ieri alla Statale di Milano.

Morzaniga ha cercato, in partenza, di definire i confini tra i due ambiti, tracciando una definizione su a cosa serva il giornalismo e a cosa  – invece – serva la pubblicità. I due ambiti nono devono, o meglio non dovrebbero coesistere.

La tesi spiega come invece i due ambiti finiscano per confondersi, partendo dagli Stati Uniti (dove ha origine ormai tutto ciò che riguarda le immagini in movimento) e arrivando alla Russia di Putin, dove gli spot politici utilizzano (facili) richiami sessuali.

Non è stata tralasciata nemmeno la propaganda mondiale che portò alla guerra in Iraq, ma anche le bufale fatte circolare, dai tempi di Timisoara fino alle (finte) fosse comuni in Libia.

Morzaniga affronta anche tematiche italiane, dalle campagne elettorali vinte grazie alla propaganda (di solito sul tema sicurezza o su quello delle tasse) fino alla bufala dell’assalto degli ultrà napoletani al treno.

Senza dimenticare Berlusconi, assolto dal Tg1.

La tv, sostiene giustamente il tesista è la “rondella più adatta al funzionamento dell’ingranaggio” della propaganda, proprio grazie all’infotainment. Fermare questa tendenza è assolutamente necessario. “Difficile , però, che il problema si possa risolvere senza l’aiuto di una classe giornalistica conscia del problema stesso e della stessa importanza di risolverlo.”

Parole di Morzaniga che sottoscrivo, come giornalista prima che come professore a contratto.

Ad maiora

DOMENICA A MILANO IN PIAZZA CONTRO IL REGIME SIRIANO

Visto che siamo entrati in guerra contro la Libia (noi a tempo, con la scadenza, come il latte, quello fuori dalle quote ovviamente) e che invece il carrozzone Onu e dintorni non si interessa di quel che accade in Libia, riceviamo e volentieri pubblichiamo questo comunicato che annuncia una manifestazione in piazzale Loreto domenica a Milano a partire dalle 15:

Domenica 8 maggio manifestazione per il sostegno della rivolta in Siria. La comunità siriana a Milano insieme alla Confederazione Unitaria di Base denunciano la repressione sanguinosa portata dal regime della Siria di fronte alle proteste pacifiche condotte da una vasta massa popolare che chiedevano la fine di un regime repressivo e impopolare. Con quest’occasione, le organizzazioni chiedono all’opinione pubblica in Italia e nel mondo il pieno sostegno di queste mobilitazioni con l’obiettivo di cacciare regimi come quelli in Tunisia e in Egitto.

 

لمساندة الثورة في سوريا

 

الأحد 08 مايو 2011

على الساعة 15

وذلك ب:

Piazza Loreto

 

نحن ،أبناء الجالية السورية بميلانو و نقابة الكوب الأساسية نعلم لوسائل الإعلام الموجودة في إيطاليا، بانّنا سنقوم بمظاهرة لمساندة أخواننا المتظاهرين الذي يقوم النظام السوري بإطلاق الرصاص الحي عليهم وللأسبوع السابع على التوالي وإنزال الدبابات إلى الشوارع لقمع المتظاهرين وإستشهاد ما يزيد 600 شخص من شباب الثورة و أطفالها وزج بعدد كبير في السجون كما يمارس اشدّ أشكال التعذيب ضدّهم. نرجو إيصال صوتنا إلى المجتع الدولي للمطالبةبالمساندة في دعم هذه الثورة السلمية ضدّ هذا الطغيان.

 

Ad maiora

LA DITTATURA DEGLI UMORI DELLA MAGGIORANZA

“Sto seduto qui tutto il giorno cercando di convincere la gente a fare cose che dovrebbero fare sulla base del loro semplice buon senso senza che io debba tentare di convincerla”, così diceva il trentatreesimo presidente Usa, Harry Truman.

Oggi questo atteggiamento non è più di moda. Sono i sondaggi che condizionano la politica.

La decisione di sospendere tatticamente il nucleare, spiegata ieri dal Presidente Berlusconi, rientra in questa logica attendistica. Il senso è: ora i sondaggi sono contro il nucleare, per colpa di quel che è accaduto in Giappone. Lasciamo che il tempo levighi gli spigoli e poi ripartiamo con l’atomo. Sperando che i sondaggi volgano piano piano verso il sereno.

Altro che dittatura della maggioranza, qui siamo alla dittatura degli umori della maggioranza. Comunque non è una prerogativa italiana. La presidente tedesca Merkel tirò per settimane il freno sugli aiuti alla Grecia: i sondaggi le segnalavano infatti una possibile sconfitta elettorale. Che poi, a dispetto della prudenza (poi svanita, scongelando gli aiuti), finì lo stesso per ottenere.E anche sulla guerra libica, si è mossa cautamente. Ma si è beccata un altro bagno elettorale.

Comunque non credo che, come scrivono molti giornali, quella di Berlusconi sulla moratoria nucleare anti-referendum sia stata una gaffe. Penso invece che, in pieno vertice franco-italiano, l’abbia tirata fuori per sviare l’attenzione sulla decisione di bombardare la Libia. Su questo delicato tema ci sono più contrasti interni alla maggioranza di centro-destra, sull’altro (il nucleare) si aspettava la levata di scudi. Ottenuta come per un riflesso pavloviano.

Ad maiora.

DAGLI AMICI MIEI (ITALIANI) MI GUARDI IDDIO…

Quando la scorsa settimana il Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana è andato a Tunisi e ha espresso sentimenti di “amicizia” verso la nuova dirigenza tunisina, quelli saranno sbiancati.

Siamo un Paese che (dai vertici fino agli strati più bassi) corre perennemente in soccorso al vincitore, passa il tempo a domandarsi quale possa essere il carro vincente.

Ricordo una fantastica striscia di Andrea Pazienza dove Pertini (Pert) si stupiva di tutti gli ex fascisti riciclati nella repubblica. D’altronde fino a poche settimane prima della fine del fascismo, le piazze erano piene e adoranti verso il Duce.

Successe anche a Craxi, mille anni dopo. Prima incensato poi preso a monetine.

Accade anche con gli allenatori di calcio. Lippi, tornato come salvatore dell’italica patria del pallone, poi liquidato dopo l’imbarazzante gita sudafricana. Ma pure Leonardo, passato in quattro-giorni-quattro da essere l’uomo giusto per galvanizzare l’Inter a una specie di pippa seduta al posto sbagliato.

È lo stesso film che ha visto protagonista anche il leader di Futuro e libertà, Gianfranco Fini: fino a che sembrava indirizzato alla vittoria, aveva frotte di parlamentari (ma anche militanti) pronti a giurargli fedeltà. Alla prima (pesante) sconfitta è stato un fuggi-fuggi. E sì che a destra erano quelli di  “onore e lealtà”… Devono davvero essere cambiati i tempi.

I tunisini – dicevamo – saranno sbiancati alle parole del cd-premier-italiano perché il trattato di amicizia con la Libia (votato praticamente all’unanimità dal parlamento italiano, tuttora in vigore) è lì a testimoniare che, anche a livello di amicizie interazionali, meglio perderci che trovarci.

In Francia non hanno ancora dimenticato di quando, nella Seconda Guerra, gli dichiarammo guerra mentre stavano per soccombere ai nazisti. Coi quali entrammo in guerra solo perché convinti di una rapida vittoria (Franco, più astuto di Mussolini, non commise quell’errore e rimase in sella fino alla fine dei suoi giorni).

Semmai Gheddafi cadesse per davvero (al momento si sta andando verso una sorta di Somalia nel Mediterraneo, altra nostra ex colonia frutto di un successo targato Onu e Usa), l’incontro coi nuovi governanti dovrebbe, da parte loro, rispecchiare – in vista di possibili accordi economici – le parole  che (nel magnifico Amici miei, pure quello mandato in vacca in ‘sti giorni) il professore Sassaroli rivolge all’architetto Melandri che ha una relazione con sua moglie: “Vede, è tutta una catena di affetti che né io né lei possiamo spezzare. Lei ama mia moglie. Mia moglie è affezionata alla bestia, il cane Birillo, che mangia un chilo di macinato al giorno, un chilo e mezzo di riso e ogni mattina bisogna portarlo a orinare alle 5 sennò le inonda la casa. Birillo adora le bambine. Le bambine sono attaccatissime alla governante, tedesca, due anni di contratto, severissima, in uniforme. Insomma, chi si prende Donatella si prende per forza tutto il blocco”.

Tutto il blocco lo stiamo già prendendo ora. Magari aiuta elettoralmente però.

Vedremo.

Ad maiora.

L’ONU FARA’ LA FINE DELLA SOCIETA’ DELLE NAZIONI?

A leggere bene le carte, anche al momento del voto della risoluzione 1973 delle Nazioni Unite, si vedevano già ampiamente tutte le criticità che l’istituzione della “No fly zone” in Libia e l’autorizzazione di “tutte le necessarie misure” per proteggere i civili avrebbe provocato e che sono ora sotto gli occhi di tutti.

Tra i cinque Paesi che Consiglio di Sicurezza  – su 15 – che si sono astenuti (Brasile, Cina, Germania, India e Federazione Russa), due aveva soprattutto già capito la mala parata. I brasiliani (rappresentati da Maria Luiza Riberio Viotti – i Paesi all’avanguardia sono governati e rappresentati da donne) avevano dichiarato di “non essere convinti che l’uso della forza potesse garantire la realizzazione dei comuni obiettivi”, spiegando che “nessuna azione militare da sola porta alla fine di un conflitto”. I russi (rappresentati da Vitaly Churkin, ambasciatore attivo dai tempi della tragedia di Chernobyl) sottolineavano invece come “molte domande rimanessero senza risposta”, incluso “come” e “chi” e “con che limiti” si sarebbe messo in pratica la risoluzione. I dubbi sono ancora sul tavolo.

Poche ore dopo il voto, Sarkozy mostrava i muscoli in televisione, sollecitando i mai sopiti spiriti imperiali dei cugini d’Oltralpe. L’America del sempre più confuso Obama, inseguiva a breve distanza e dopo pochi giorni anche i nostri Tornado sfrecciavano per i cieli libici giusto per mostrare un tricolore che non fosse solo quello francese.

Ora tutti (salvo Sarkozy, cui distribuire le carte non era mai capitato e che sembra si stia divertendo) invocano l’intervento della Nato che – non si sa né chi né quando sia stato deciso – è diventato il braccio armato dell’Onu. L’Alleanza atlantica a mio giudizio avrebbe dovuto essere sciolta una volta vinta la battaglia con “l’impero del male”, una volta cioè collassato per implosione il suo avversario storico, il Patto di Varsavia. Così non è stato e i 28 paesi occidentali che compongono questa alleanza militare (che cerca di allargarsi a più Paesi possibili per mantenere una predominanza politico-militare) si incaricano di essere i soldati delle Nazioni Unite. Questa organizzazione internazionale, subentrata alla Società delle Nazioni ha già mostrato ampiamente i suoi limiti e mi auguro che venga superata non tanto dai vari G8, G20, G40 e chi più ne ha più ne metta (sorta di Rotary per Paesi ricchi dove si è cooptati), ma da una nuova organizzazione meno elefantiaca,  in grado soprattutto di rappresentare un mondo che cambia.

Ad maiora.

SE IL MILLENNIO HA ANCORA DEGLI OBIETTIVI

Gli Obiettivi del Millennio non sembrano un tema in grado di interessare il sistema dei media nostrani. Eppure le tematiche che vengono sollevate dovrebbero riguardare tutti noi. Ma siamo ormai abituati a ragionare day by day, per spot. E quindi degli impegni presi nel 2000 ci sembrano cose della preistoria.

E invece quegli otto obiettivi sono più che mai attuali. Anzi, come è stato evidenziato durante l’incontro organizzato (allo IED di Milano) dal Fondo Provinciale milanese per la Cooperazione internazionale, la crisi li rende sempre più pressanti.

La Provincia di Milano (rappresenta tata da Pietro Accame), pur essendo cambiata la maggioranza politica, ha mantenuto il proprio impegno in questo organismo che si occupa di cooperazione decentrata. Non è cosa da poco se è vero che alcuni comuni che fanno parte del Fondo lo fanno con meno entusiasmo di altri perché l’adesione era stata data dalla precedente amministrazione (anche dello stesso colore politico, peraltro).

L’europarlamentare Patrizia Toia si è impegnata a portare il modello individuato nel milanese anche a livello europeo. Perché gli Obiettivi possono aver successo solo se sono condivisi. E in questo senso, il ruolo degli enti locali è fondamentale. L’esponente del Pd ha ricordato come “la crisi fa crescere la povertà e quindi aumentare i costi per sradicare la povertà” che è il primo degli 8 obiettivi.

Giovanni Urro, assessore di Sesto San Giovanni e vice presidente del Fondo, ha spiegato quel che si sta facendo per far vivere l’Europa ai cittadini e per allargare a più scuole possibili la sensibilizzazione sugli Obiettivi del Millennio. Sottolineando che la riduzione della Geografia a scuola mina anche questo tipo di attività. Lele Pinardi, Presidente di CoLomba (network di ong lombarde) ha preso al balzo il tema scuola e ha invitato tutti a mettere in rete le esperienza fatte negli istituti, facendo cooperare le reti. E ha ribadito l’appello perché il 2015 a Milano si tenga anche un Expo dei popoli: http://www.onglombardia.org/public/per%20un%20EXPO%20Dei%20popoli.pdf.

Infine Marina Ponti, responsabile Europa della campagna sugli Obiettivi del Millennio ha ricordato, parlando anche delle recenti rivolte in Nord Africa, che è fondamentale la collaborazione delle popolazioni locali e che i progetti di cooperazione funzionano meglio dove la stampa è libera. Nei Paesi in cui è invece sottoposta a controllo non può denunciare la corruzione, con i risultati che sappiamo.

L’Italia, ha comunque ricordato la Ponti, è fanalino di coda dell’Unione europea per i fondi destinati alla cooperazione. E rallenta in questo modo tutta la Ue.

Se ora, aggiungo io, non si farà l’autostrada per compiacere il dittatore libico, si potranno magari sfruttare quei fondi per opere più meritorie.
Ad maiora.

DALLA LIBIA IN FUGA DECINE DI MIGLIAIA DI LAVORATORI CINESI

Ci sono delle notizie che raccontano più di altre la globalizzazione. E chi la stia cavalcando.

Quando scoppiano rivolte in regimi come quello libico, ogni Paese cerca di fare rientrare i propri connazionali in madrepatria.

In queste ore (ma anche nelle prossime, se gli aggiornamenti sull’omicidio di Sarah Scazzi non distrarranno l’attenzione) vedremo nei telegiornali, centinaia di italiani che fanno ritorno a casa. Quanti sono i nostri connazionali nel Paese di Gheddafi? 1.500. Pochi. Ma non dimentichiamo che da lì tanti vennero cacciati, dall’oggi al domani, dopo la rivoluzione verde.

E quanti europei lavoravano in Libia prima che protesta dilagasse e fosse repressa con i bombardamenti?

Per ora, i tedeschi rientrati sono 300. Gli spagnoli 220. I numeri cominciano a diventare consistenti con i turchi che in Libia erano più di duemila. 250 sono rientrati ieri da Alessandria d’Egitto, dopo aver varcato la frontiera libica in pullman.

Nella lontana Corea del Sud torneranno i 1.400 sudcoreani che lavoravano per le aziende di Seoul (presenti in Libia fin dal 1978).

Ma il numero che lasci basito chiunque non abbia capito quanto Pechino si sia immessa nei gangli vitali dell’economia africana, riguarda proprio il numero di cinesi che si sta cercando di far rimpatriare: 30.000. 30mila persone vuole dire più abitanti di quanti e faccia la città di Isernia.

Non a caso, in questi giorni, negli ospedali libici, sono numerosi i cittadini di origine cinese rimasti feriti negli scontri. La Cina, che ha aperto un’unità di crisi, sta mandando in zona aerei, una nave cargo e alcune navi da crociera per cercare di mettere in salvo le decine di migliaia di connazionali.

Gli investimenti cinesi troveranno nuovi sbocchi in altri Paesi del continente nero.

Ad maiora.