Ines De Tura

Il mio “ad maiora” non è celeste

In questi giorni di inchiesta sul San Raffaele e sul faccendiere Daccò, più di un amico mi ha fatto presente che lo yacht al centro di molti scatti si chiama “ad maiora”. È la stessa formula con cui chiudo, da anni, i miei post, le mie lettere (non amorose, quindi quasi tutte), persino le mie comunicazioni redazionali.
Il Secolo XIX ha scoperto intanto che lo yacht ha cambiato proprietario:

http://www.ilsecoloxix.it/p/multimedia/levante/2012/04/18/APoeEwKC-maiora_proprieta_cambiato.shtml

Va detto che “essendo uno sfigato”, le ultime vacanze di gruppo fatte in nave, erano a bordo di un traghetto.
Ma torniamo ad “ad maiora”.
È una locuzione latina di buon augurio. Verso cose più grandi, significa.
È una formula d’augurio.
Io l’ho mutuata dalla professoressa che ho più amato in vita mia: Ines de Tura. Anzi, Ines Pellizzoni de Tura, avendo scoperto, solo alla sua morte, il suo cognome da nubile:

http://archiviostorico.corriere.it/2003/aprile/23/classici_famiglia_per_prof_Ines_co_7_030423044.shtml

Amava il marito tantissimo, quasi quanto noi studenti, la professoressa De Tura.
Lui morì appena lei andò in pensione. E la prof. si ritirò a fare vita appartata, ad aspettare di raggiungerlo (perché mi viene a trovare, chiedeva? Si goda l’aria aperta e la vita, mi diceva quando andavo a casa sua, ormai laureato).
Eppure, l’ad maiora con cui chiudeva tutte le lettere era uno stimolo a non mollare, a non abbassare la testa, a usarla sempre.
A scuola, al liceo Carducci, sosteneva quanti si impegnavano, in politica, nel giornale scolastico, persino nei picchetti (c’era un viscido preside ai tempi, non merita nemmeno il diritto alla citazione in questo post).
Ci invitava a leggere i quotidiani ed era riuscita a far appassionare tutti al Greco.
Il mio “ad maiora” è dunque quello della De Tura.
Non un tuffo da uno yacht.
Ma un lasciarsi nel vuoto, senza paura.
Grazie prof. ovunque tu sia.
Ad maiora

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