Giovanni Leone

I VESPRI AL REGIO: IL TRAMONTO DEI TEATRI? LA PROTESTA SALE DI UN TONO

Venerdì 18 marzo Giorgio Napolitano sarà al Teatro Regio di Torino per la rappresentazione dei Vespri siciliani di Giuseppe Verdi. E’ la stessa opera con cui lo storico – e rimodernato, dal geniale Mollino – teatro torinese riaprì i battenti nel 1973, dopo la lunga chiusura dovuta all’incendio del lontano 1936. 28 anni la regia fu affidata a Maria Callas (in prima fila c’era il presidente Leone). Ora invece a David Livermore, che porta i Vespri al giorno d’oggi, con tanto di scenografia allestita a Capaci poco dopo la strage e con i televisori che distraggono i protagonisti, non facendo loro accorgere del rapimento e dello stupro delle loro future spose.

Prepariamoci alle polemiche.

Non solo per quanto avverrà sul gigantesco palco ma anche per ciò che lo circonda. Il Regio, come tutti i teatri, paga il prosciugamento dei fondi del Fus (la cultura costa, mica come le quote latte!) ed è a rischio chiusura. Ogni giorno i lavoratori escono da teatro per protestare. E a cantare l’inno nazionale:

Probabile si facciano sentire anche nel giorni in cui si celebrano i 150 anni di fragile unità.

Con l’ augurio che non sia una festa d’addio.

Ad maiora.

IN MEDIO STAT VIRTUS?

Un tempo facevano scandalo le corna del presidente Leone mentre andava a trovare gli ammalati di colera (in alcune regioni italiane è endemico, a differenza di Haiti).

Ora invece il dito medio sembra scandalizzare sempre meno. Anzi è una sana provocazione, come quella del grande Cattelan rivolta alla Borsa di Milano, gioia e dolore del nostro incerto paese.

Tempo fa era stato Berlusconi (in piena forma, non melanconico e musone come in questi giorni) a mostrare il terzo dito a dei manifestanti che osavano non amarlo mentre teneva un comizio con una delle sue parlamentari (Michela Biancofiore, che nonno Biagi chiamò “biondona” e che alla sua festa di compleanno, a gennaio, organizzata ad Arcore, con Silvio malconcio per la statuetta, ha tagliato una torta nella quale veniva proprio raffigurata la scena).

Poi ci aveva pensato il ministro Bossi a spiegare, in quel modo un po’ spiccio, che non avrebbe parlato ai giornalisti. È un linguaggio semplice, che non richiede neanche di abbassare il finestrino per farsi capire.

Ieri, di fronte alla goleada che ha seppellito il Panathinaikos, un esaltato tifoso ateniese ha invaso il campo  ha mostrato il dito medio a Leo Messi, autore dell’ennesima partita da scarpa d’oro (le indossa per davvero, come potete notare…).

Il volto di rassegnata indifferenza con cui il campioncino argentino guarda il soggetto che lo insulta è la miglior risposta che si possa dare a chi usa così l’indice (che una volta, durante la Guerra dei cento anni, si dice i francesi tagliassero agli inglesi, ottimi arcieri, per impedire di scoccare la freccia – veniva mostrato dai nemici come insulto e come dimostrazione di avere tutte le dita, per quello laggiù ne usano anche due per mandarti a quel paese).

Ad maiora.