Giorgio Ambrosoli

Borse di studio “Giorgio Ambrosoli” e “Giovanni Marra”

Ricevo dal Comune di Milano il comunicato relativo al bando per le borse di studio dedicate a Giorgio Ambrosoli e Giovanni Marra.

Le richieste vanno mandate entro il 15 giugno.

Ad maiora.

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I tre riconoscimenti ‘Giorgio Ambrosoli’, del valore di 5.163 euro ciascuno (al lordo delle ritenute di legge), sono destinati a giovani laureati o ricercatori che, nelle loro tesi discusse tra il 1° marzo 2011 e il 29 febbraio 2012, abbiano approfondito il tema “sempre più vitale per una Nazione libera e democratica” dell’etica applicata all’attività economica e, in particolare: i fenomeni di corruzione che inquinano la vita economica nella sfera pubblica e privata; il rapporto tra economia legale ed economia criminale anche di stampo mafioso; i rimedi atti a contrastare comportamenti criminosi, illegali e contrari all’etica.

Al bando ‘Giovanni Marra’, invece, che prevede tre premi da 5mila euro ciascuno (al lordo delle ritenute di legge), potranno partecipare ricercatori o neolaureati tra il 1° maggio 2011 e il 30 aprile 2012 con tesi sulle logiche e gli strumenti di responsabilità sociale nel settore pubblico, privato o nelle organizzazioni di privato sociale.

Le tesi saranno esaminate da una giuria appositamente nominata e premiate in una cerimonia pubblica a Palazzo Marino.

Le domande di partecipazione (corredate da una copia della tesi di laurea con un sommario di 100 righe) dovranno pervenire entro il 15 giugno 2012 al Comune di Milano (Gabinetto del Sindaco – Ufficio Affari legali, Incarichi e Nomine, piazza della Scala 2, 20121 Milano).

Copie integrali dei bandi sono pubblicate sull’Albo pretorio on line del Comune di Milano e sul sito www.comune.milano.it (Servizi on line – Area Bandi). Sono inoltre disponibili presso l’Ufficio Affari legali, Incarichi e Nomine del Gabinetto del Sindaco in piazza della Scala 2, o presso la sede dell’Urban Center in Galleria Vittorio Emanuele.

Mafia a Milano. Un cancro da estirpare

Dopo che molti, per anni, hanno nascosto la testa sotto la sabbia, ora finalmente sembra non sia più un tabù parlare di mafia nel nord Italia. Chi voglia scoprire la genesi delle infiltrazioni in quella che è la principale città padana (e nel suo hinterland), non può non leggere il lavoro di Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni che ha un titolo che non lascia dubbi: “Mafia a Milano” (Melampo). Il libro ha una bella introduzione di Nando dalla Chiesa, da sempre è impegnato su questi temi e ora alla guida della commissione antimafia decisa dal Comune di Milano (dopo che la precedente amministrazione aveva, diciamo così, glissato). Scrive Nando: «Negare l’esistenza – larga, radicata, influente – della mafia a Milano significa espellere il principio di verità dal proprio sistema di pensiero».

Sessant’anni di affari e delitti è il sottotitolo del volume che svela che – lungo le cinquecento pagine – non vengono analizzate solo le ultime vicende, ma si spiegano le origini delle infiltrazioni mafiose nell’ex capitale morale, la loro “resistibile ascesa”. Iniziata col domicilio coatto dei mafiosi al nord, i cui effetti vengono spiegati così dal giudice Cesare Terranova (poi assassinato dalla mafia): «Noi siciliani con questa misura del soggiorno obbligato abbiamo attuato una vera e propria esportazione di bacilli. Lanciare per l’Italia questi delinquenti ha significato fecondare zone ancora estranee al fenomeno mafioso».

Il volume si chiude con una bella citazione del pm Mario Venditti (che si è occupato più volte delle attività economiche della ‘ndrangheta al nord) che riassume un po’ tutto l’atteggiamento di quella zona grigia che non ha respinto quei bacilli, anzi si è a loro adeguata: «Gli imprenditori del nord devono stare attenti a non fare la fine della nobiltà terriera siciliana, che pensava di usare la mafia e invece ne è stata inghiottita».

Ci sono state, fin dai tempi di Epaminonda piccole guerre di mafia anche al nord (anche in Lombardia, dove gli affiliati sarebbero ventimila), ma niente a che vedere con quel che succede in certe aree del centro sud. Il perché lo spiega il sostituto procuratore Francesco Di Maggio: «La mafia ha tutto l’interesse a tenere tranquilla la piazza. La mafia può tollerare singole manifestazioni di criminalità, ma non consente situazioni eclatanti, perché Milano è la piazza finanziaria maggiore d’Italia e in questa città non ci deve essere, assolutamente, uno scontro aperto».

Per questo Rossi, Portanova e Stefanoni seguono principalmente la scia dei soldi, che arriva dallo spaccio di cocaina ed eroina (ora, complice la crisi, tornata di moda), dalla prostituzione ma che poi confluisce nel movimento terra e nei grandi cantieri di una regione che ha più gru che campanili. Di qui l’interesse di certi politicanti che, pur di farsi eleggere, si fanno sponsorizzare (o proteggere come è successo ad alcuni imprenditori poi divenuti famosi che si servivano di stallieri pregiudicati) da amici degli amici. Un quadro che ben conosciamo ma che spesso non viene imposto, ma accolto – da alcuni, costruttori e amministratori in primis – a braccia aperte. L’altro lato della medaglia lo spiega in modo sagace Agostino Abate, sostituto procuratore a Varese: «Non si possono avere i soldi della mafia senza avere anche la mafia». E i suoi sistemi. Saverio Morabito, killer pentito, spiega ai giudici: «Anche a Buccinasco e Corsico l’omertà è alla base di tutto, è una nozione fondamentale, uno deve avere la perspicacia di capire, intuire, ma mai fare una domanda specifica, perché altrimenti potrebbe apparire troppo curioso e le persone troppo curiose non piacciono a nessuno».

«Milano – spiega il consigliere Vincenzo Macrì nella relazione della Procura antimafia del 2009 -  è diventata la “capitale della ‘ndrangheta, quanto meno sotto il profilo economico e finanziario». Qui donne coraggiose come Lea Garofalo vengono rapite e sciolte nell’acido.

Eppure questa è una città che è stata ed è capace di reagire. Dai tempi di Giorgio Ambrosoli («una persona che se l’andava cercando» come elegantemente ha detto un amico di Sindona) fino a quelli odierni che vedono Libera molto attiva a Milano e in Lombardia. Associazioni antimafia e cittadini (le cui attività sono raccontate nella parte finale del libro) che sono il vero vaccino per sconfiggere, anche tra le nebbie del nord, il cancro mafioso.

Ad maiora

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Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni

Mafia a Milano

Melampo

Milano, 2011

Pagg. 491

Euro 18,50

L’ITALIA 2020 SOGNATA DA FINI

Chiudo la mia analisi epidermica dell’assemblea costituente di Futuro e libertà con qualche riflessione a margine del “documento programmatico” del neo partito votato ieri a Rho.

Questi programmi di solito sono scritti sulla sabbia (come le promesse dell’Eni, plasticamente riflesse nella pubblicità in onda in questi giorni) ma segnalano i binari su cui Fli si muoverà da qui alla campagna elettorale (anzi, da qui all’apertura dei seggi, visto che siamo sempre in campagna elettorale).

Le citazioni che accompagnano il testo danno l’idea dei punti di riferimento culturali di Fini e colonnelli: Giorgio Ambrosoli, Paolo Borsellino, Karl Popper e Lucio Battisti (compaiono in quest’ordine).

E le parole d’ordine che si ripetono più spesso sono “patriottismo repubblicano”, “futuro”,  “responsabilità”,  “legalità”, “dignità”,  “etica pubblica”, “welfare” (ma “sussidiario” e “progressivo”), “coesione sociale”, “riformista mai populista”, “superare la logica del conflitto tra capitale e lavoro”, “liberalizzare il mercato dei prodotti e dei servizi”, “ridurre la spesa pubblica” e “le aliquote” (“privilegiando chi produce reddito rispetto a chi vive solo di rendita”),”espansione dei diritti”, “patto generazionale”.

Proprio a questo ultimo patto si è riferito più volte Fini nel suo comizio conclusivo. Parlando alla “generazione mille euro” (come dovrebbe chiamarsi anche la lista civica di Sara Giudice, applaudita al congresso) o all’Italia 2020 come è scritto nel documento programmatico. Ossia pensando a chi sarà maggiorenne in quella data.

Il testo fa spesso riferimento al bipolarismo, come se il cosiddetto “terzo polo” non fosse il superamento del “bipolarismo muscolare” di cui parla il documento o il “bipolarismo con Berlusconi e Bossi da una parte e Di Pietro e Vendola dall’altra” attaccato ieri da Fini. Che vorrebbe prendere il posto del Cav. realizzando dunque un secondo polo da contrapporre alla sinistra. Ma la strada è lunga…

Il documento parla di Fli come “Partito democratico e liberale” ma poi ribadisce l’appartenenza al Partito popolare europeo, e non a quello liberale europeo.

Fa riferimento a “nuova frontiera dell’economia verde” ma poi sostiene il nucleare.

Infine è scritto che “L’Italia è migliore di come viene rappresentata”. E su questo siamo tutti d’accordo.

Ad maiora.