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Onofrio Amoruso Battista e gli errori del #centrosinistra in Lombardia

onofrio amoruso battistaI commentatori politici si divertono in questi giorni a paragonare la Lombardia all’Ohio per la sua importanza elettorale in vista del prossimo voto politico.
Se il centro-sinistra perderà qui, finirà per faticare, anche in caso di vittoria nazionale, a governare, potendo contare su una stretta maggioranza e su una grande conflittualità.
In Lombardia la sinistra ha fatto più di un bagno elettorale, dal 1994 in poi.
E se qualcuno un giorno vorrà analizzarne le cause dovrà soffermarsi su alcuni candidati.
Faccio due esempi del passato. Nel 1994 il centrosinistra candida al collegio Milano 2 Ada Grecchi.

Vince, largamente, tale Luigi Negri che poi uscì dalla Lega (era stato segretario di quella Lombarda) per fondare la Lega Italiana Federalista, quasi subito scomparsa dai radar. La Grecchi non prende bene la sconfitta. La ritroveremo nel 1999 nella Giunta Colli, a rappresentare Forza Italia. E poi qualche anno dopo nella Lista Moratti.
E vengo all’oggi. Ieri è stato arrestato, per l’indagine sulla Bpm, Onofrio Amoruso Battista.
Anche lui, ex Forza Italia, ex cossighiano, poi mastelliano (rappresentava l’Udeur nell’Ulivo) era stato candidato dal centrosinistra al Senato, sempre in Lombardia, sempre a Milano, ma nel 2001. Sfidava Dell’Utri che, naturalmente vinse. Largamente. Terza arrivò Emma Bonino, a dimostrazione di uno strabismo davvero storico.
Ad maiora

 
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Pubblicato da su 7 febbraio 2013 in Pensieri

 

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La comunicazione politica ai tempi di Silvio Berlusconi

Difficilmente faccio la spesa all’Esselunga. Pur non condividendo gli ostacoli che vengono messi in molte regioni rosse all’attività di Caprotti, non posso non dimenticare l’atteggiamento che questa catena ha nei confronti di sindacati e sindacalisti.
Oggi comunque ho fatto bene a mettere la testa tra i banconi del super.
Dove, tra i libri in vendita, ho trovato una chicca che mi era sfuggita. Il titolo vale più di mille mie parole: Come Berlusconi ha cambiato le campagne elettorali in Italia.
È stato pubblicato due mesi fa da Cipidue (l’unico loro volume al momento, da una rapida ricerca in rete) ed è curato da esperti che si occupano di comunicazione per il Cav. Di loro conosco solo Antonio Palmieri, che frequento da quando non era ancora deputato azzurro.
Il libro è ricco di vecchi poster elettorali che, osservati in questi giorni, hanno un effetto straniante: dalla discesa in campo e le vittorie alle urne sembrano passati secoli.
Il volume ha, naturalmente, l’introduzione del Capo (anzi del Dottore come veniva chiamato dall’ing. Possa – poi parlamentare e sottosegretario, ex compagno di scuola di Silvio ed ex Fininvest -quando mi occupai, mille anni fa, della nascita di quello che sarebbe stata Forza Italia).
La si può leggere nel sito creato appositamente:

http://www.campagneberlusconi.it/

Il libro (189 pagine, 16 euro ma scontato a 13,60 al super) è diviso nei vari capitoli in cui si è ramificata (e si ramifica) la propaganda berlusconiana: dai loghi agli spot, dalla nave azzurra al kit del candidato, dai sondaggi alle lettere a casa e a internet. Manca completamente la comunicazione tv ed è un peccato perché, nell’odierna videocrazia, non ha un ruolo secondario (soprattutto per SB).
C’è invece una sovrabbondanza di riproduzione di manifesti elettorali, che per chi come me è appassionato – grazie a Giampiero Piretto – di iconografia, risultano ipnotici.
Vengono ripubblicati anche alcuni poster con le migliori parodie alla famosa campagna anti-tasse (Più tasse per Totti): la stessa che ricordata oggi spiega l’allontanamento di tanti dal Pdl, ex miracolo italiano.
Un poster del 2006 racconta più di altri quel sogno, oggi diventato un incubo: La sinistra dice che tutto va male, lasciamola perdere. Accompagnato dal sorriso di Silvio.
Nel volume ci sono evidenti “dimenticanze”: come quando si mostra orgogliosi la campagna elettorale per i referendum costituzionali del 2006, che però furono sonoramente bocciati dal 61% dei votanti.
Non è sempre stato quindi un cammino di successi elettorali quello berlusconiano, anche se hanno ragione i curatori del libro a rivendicare il fatto che la sinistra li abbia spesso rincorsi sullo stesso terreno (senza arrivare fortunatamente al Contratto dal notaio Vespa). Ricordo ancora i giganteschi manifesti di Penati alle ultime Regionali lombarde: un cambio con sei marce (la sesta disegnata pure al posto sbagliato), abbinato allo slogan “È tempo di cambiare”. Il tutto in una delle regioni più inquinate e trafficate d’Europa.
Un libro, questo berlusconiano, più ricco di immagini che di testi, come è d’altronde la moderna comunicazione politica. Curiosamente, nelle poche parti scritte la parola che ricorre più spesso è “manipolazione”.
Ad maiora

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Pubblicato da su 8 giugno 2012 in Comunicazioni, Recensioni

 

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FINI: A QUANDO IL NUOVO PARTITO?

Premessa a. Da piccolo ho ascoltato decine di comizi liberali (così si chiamava il partito). Quello odierno di Fini avrebbe strappato applausi anche a un’assise del PLI. Un discorso politico che ha finito per trattare tutti i temi in campo e che di fatto rappresenta la piattaforma di una nuova forza politica.
Premessa b. L’altro giorno scrivevo dell’attesa delle parole di Fini come quelle della Sibilla Cumana. Oggi il Presidente della Camera irride il Presidente del Consiglio chiamandolo Oracolo di Delfi, dal quale si attende la nomina di un ministro (“ghe pensi mi”).

Da Mirabello esce comunque un Fini rinforzato. Perché liberatosi delle catene berlusconiane non ha più nulla da perdere.
Qualche amico ha sottolineato la citazione finale di Ezra Pound (edulcorata, peraltro) che contrasta con quanti lo vorrebbero stampella della sinistra.
Ma Fini durante tutto il comizio non ha mai fatto l’occhiolino a sinistra. Attacca Silvio da destra. Sulla legalità, sull’etica del dovere, sui tagli alle forze dell’ordine (i servitori dello Stato, cui fa più volte appello), sulla giustizia che deve tutelare i più deboli e non i più forti, sulla meritocrazia, sull’Italia onesta, sul senso civico, contro la corruzione, sui giovani cui investire (non dimenticando i precari della scuola in coda)
Non risparmia attacchi al Capo su Gheddafi (“indecorosa genuflessione”), su Ghedini (“dottor Stranamore”), sul suo alleato Bossi (“solo chi non conosce la storia e la geografia crede alla Padania”), sul partito dell’amore (“se i quotidiani che mi attaccano sono il suo biglietto da visita, immaginiamo cosa accadrebbe se fosse il partito dell’odio”), sulla difesa della magistratura (“sacro rispetto”) e citando la Costituzione ogni due per tre.
Liquida i colonnelli che gli hanno voltato le spalle con una battuta che avra’ mandato la cena di traverso a più di un suo ex amico. E definisce “infami” quelli che per attaccarlo se la prendono con la sua famiglia.
Spiega a più riprese che la democrazia liberale prevede il dibattito e il dissenso e che governare non significa comandare; che una maggioranza in parlamento non va confusa con la maggioranza nel cda.
L’ultima parte, che verra’ inevitabilmente coperta dall’attacco al pdl (partito morto, e’ rimasto solo il predellino, Forza Italia allargata ai colonnelli), e’ quella in cui Fini invita ad occuparsi di rilancio dell’economia prima che di altre cose. Il presidente della Camera concorda con la protezione giudiziaria di Berlusconi ma chiede che questa non finisca per danneggiare il resto del Paese.
Vuole un patto di legislatura a tre con Silvio e Umberto. Si metteranno intorno a un tavolo?
E tra quanto nascerà il nuovo partito di Futuro e libertà?

 
2 commenti

Pubblicato da su 5 settembre 2010 in Pensieri

 

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