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LA TRANSIZIONE AUTORITARIA (E SENZA SINDACATI) DELL’ECONOMIA RUSSA

«Sebbene il regime sovietico si crollato pacificamente sotto il peso dello spreco, dell’inefficienza e delle sue contraddizioni interne, la forza della sua eredità istituzionale e strutturale – dovuta alla lunga durata, alla compattezza istituzionale e al radicamento strutturale e psicologico nella società – ha esercitato una rilevante influenza ben oltre il suo crollo». Parte da queste basi l’analisi di Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky, contenuta nel volume “La Russia da Gorbaciov a Putin”, edito dal Mulino. È un’analisi sociologica della Russia moderna scritta a quattro mani ma finita a due dato che Zaslavsky, costretto ad emigrare in Usa nel 1975 è morto nel 2009. Gudkov che ha concluso il volume è il responsabile del Centro Levada, uno dei pochi istituti sociologici russi indipendenti.

L’interesse del volume sta più nelle analisi politiche, in quelle che raccontano il passaggio dall’Urss alla Federazione russa visto dal punto di vista della classe lavoratrice, della classe operaia. Scrivono i due sociologi: «La transizione russa, diversamente da quelle di Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria, è stata caratterizzata da una crescita poco lenta del tasso di disoccupazione e da una peculiare sostituzione dei licenziamenti con la riduzione dei salari (…) Da un lato, la pratica di mantenere lavoratori in eccesso ha ostacolato il cambiamento e la razionalizzazione dell’economia russa, contribuendo nel lungo periodo ad accrescere la delusione delle masse verso le riforme e la democrazia. Dall’altro, essa ha allentato la tensione sociale che si era accumulata, neutralizzando in parte il pericolo che la Russia subisse un’esplosione sociale con sviluppi simili a quelli della Germania di Weimar (…) Il modello russo di mercato del lavoro è riuscito a svolgere una funzione di ammortizzatore, mitigando le conseguenze negative che hanno accompagnato il passaggio all’economia di mercato».

Un modello differente da qualunque altro Paese, anche sul fronte dell’assenza di attività sindacali. Ma questa per Mosca e dintorni non è una novità: «Una volta uscito di scena il Partito comunista, si credeva che solo i sindacati avrebbero potuto dare voce alle proteste degli operai su licenziamenti ritenuti ingiustificati, retrocessioni, mancati pagamenti dei salari e altri abusi da parte dei proprietari e dei manager. Eppure queste fondate aspettative non si sono realizzate. Il mancato rilancio dei sindacati dimostra la forza degli atteggiamenti psicologici e culturali ereditati dal passato. I sindacati sovietici ufficiali non hanno mai avuto il ruolo di canali istituzionalizzati per l’articolazione e l’aggregazione degli interessi e delle richieste dei lavoratori. Sono sempre stati un organo settoriale dello Stato-partito, un’agenzia governativa incaricata di amministrare i fondi della previdenza sociale e di mobilitare i lavoratori per la realizzazione dei piani di produzione».

Un discorso che mi ha fatto venire in mente un quadro dipinto da Luigi Barzini nel suo “I comunisti non hanno vinto” (Mondadori, 1955): «Un generale sovietico visitava gli stabilimenti di Alexander Korda, a Londra, durante la guerra, quando il lavoro fu interrotto da uno sciopero a singhiozzo di dipendenti elettrici. Il generale sbuffò e disse: “Li lasciate scioperare? Anche da noi, una volta, scioperavano. Ma li abbiamo subito messi a posto”».

Chiosano Gudkov e Zaslavsky: «Almeno quattro generazioni di operai sovietici hanno vissuto senza diritto di sciopero e, di fatto, con il divieto di organizzare veri sindacati».

Nel libro si analizza anche la privatizzazione radicale (ma inevitabile secondo gli autori e chi scrive), che è passata però attraverso i voucher, un sistema forse efficace in presenza di una classe media, ma che ha finito per ingrassare i soliti noti: «Di fatto, tutti i vantaggi della privatizzazione sono andati alla burocrazia sovietica, e questo ha suscitato nella popolazione un rancore diffuso, l’impressione di aver subito un enorme inganno, un sentimento di forte disillusione nei confronti delle riforme: di qui la tendenza a considerare dubbia la legittimità della proprietà in quanto tale e della grande proprietà in particolare. (…) La stragrande maggioranza della popolazione russa è convinta che ogni grande ricchezza viene acquisita illegalmente». Nel 2005, è bene ricordarlo la lista di Forbes sugli uomini più ricchi del mondo comprendeva 25 miliardari russi (e il direttore di Forbes Russia, Klebnikov pagò con la vita l’inchiesta sulle quelle ricchezze accumulate: uo dei tanti delitti senza colpevoli nella Russia di Putin).

Eppure, come scrivono i due analisti, «Putin è una incarnazione dello spirito russo-sovietico, da lui condiviso con la maggioranza dei russi». Per questo regge, malgrado la crisi economica, malgrado quella che gli autori definiscono “autoritarismo senza transizione” e malgrado gli attentati terroristici che si susseguono a Mosca.

Ad maiora.

Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky

La Russia da Gorbaciov a Putin

Il Mulino

Bologna, 2010

Pagg. 208

Euro: 15

CERCANDO UNA VIA D’USCITA DAL LABIRINTO DI PUTIN

Steve LeVine è un giornalista americano che ha vissuto a lungo nell’ex Unione sovietica della quale ha raccontato la disgregazione seguita al 1991. E’ stato corrispondente dal Caucaso e segue (anche grazie a un aggiornatissimo blog) quel che accade su uno dei fronti più caldi della diplomazia economica mondiale, quello energetico.

Ora, per i tipi del Sirente (che gli hanno pubblicato anche il precedente “Il petrolio e la gloria”) esce questo libro in cui parla del “Labirinto di Putin”.

Un labirinto nel quale il collega americano entra attraverso varie porte di ingresso, rappresentate sostanzialmente dai numerosi omicidi politici che hanno caratterizzato la Russia di Putin. Si inizia e finisce con l’assassinio più clamoroso degli ultimi anni: quello col Polonio radioattivo dell’ex spia del Kgb Alexandr Litvinenko. Ma si racconta anche dell’ambiguo oligarca Berezovkij, del direttore di Forbes Russia Paul Klebnikov (assassinato da sconosciuti) e di Anna Politkovskaja.

Lo sguardo di LeVine non è sempre amichevole nei confronti delle vittime. Gli standard del giornalismo anglosassone lo rendono sospettoso verso un modo aggressivo di svolgere la professione. Ma alla fine, ammette la buona fede di chi ha perso la vita per aver sfidato un regime che considera gli oppositori nemici. L’accusa che il giornalista americano muove verso il putinismo: “Nella Russia di Putin non si può contare nello Stato per la protezione della vita dei cittadini. Al peggio, killer assoldati e quelli che li reclutano hanno ragione di ritenere di poter compiere esecuzioni senza il timore della legge”.

Un volume interessante perché mette in fila, uno dietro l’altro, molte vicende della Russia di questi anni. Ma come i libri di cronache in movimento, la cosa più difficile resta mettere il punto. Di qui un epilogo e due postfazioni nelle quali si cerca di aggiornare il lettore su quel che è accaduto mentre si redigeva il libro. Una sorta di inquietante “to be continued” che purtroppo continua a trovar conferme.

Ad maiora

Steve LeVine

Il Labirinto di Putin

Il Sirente

Fagnano Alto, 2010

Pagg. 212

Euro 18.

http://www.sirente.it/9788887847178/il-labirinto-di-putin-steve-levine.html