Ermanno Generali

FINALMENTE LIBERO ABOU BRITEL

Abou Elkassim Britel, marocchino con cittadinanza italiana, e’ stato scarcerato insieme ai 190 detenuti politici e islamici graziati dal Re Mohammed VI del Marocco. Dopo la lunghissima detenzione la moglie ha avvisato tutti gli amici via mail della fine anticipata della pena.

L’uomo, residente a Bergamo, tornerà presto in Italia.

Vittima – nel pieno delirio islamofobico che ha fatto seguito all’attentato alle Torri Gemelle – di una extraordinary rendition della Cia in Pakistan dove era stato rapito nel 2002, Britel era stato portato in Marocco dove è stato processato e condannato a 9 anni di carcere. In Italia erano invece state  archiviate le inchieste a suo carico, aperte alla Procura di Brescia.

Le organizzazioni umanitarie hanno denunciato che sarebbe stato anche sottoposto a tortura.

Per la sua liberazione era stato firmato un appello da parte dell’allora sindaco di Bergamo, Roberto Bruni e da  un centinaio di deputati italiani ed europei.

Nel carcere di Casablanca aveva ricevuto le visita di due delegazioni di  parlamentari guidate da Ezio Locatelli e Tana De Zulueta. Alla troupe del Tg3 (composta dal sottoscritto col collega Ermanno Generali) era stato invece impedito l’ingresso e l’incontro col detenuto.

Malgrado i numerosi scioperi della fame, Britel non era riuscito ad ottenere la grazia, più volte sollecitata anche dalla moglie, Anna Pizzighini. 

In questi anni e’ stata lei (che ora, convertita all’islam si chiama Khadija), a sollecitare autorità e giornalisti a mantenere viva – anche grazie a un’aggiornato blog – l’attenzione su questo caso.

Dopo decine di viaggio in Marocco e di frustranti attese in carcere, ora aspetta con ansia il suo ritorno in Italia.

Ad maiora.

IN DIFESA DI MIMMO LOGOZZO

Quando insieme al collega Ermanno Generali entrammo nel suo ufficio, ebbi l’impressione della stanza di un generale che sta guidando una battaglia. Non c’erano i sacchi alle finestre, né i soldati sulle scale con i kalashnikov in mano. Ma mi tornò alla mente il Palazzo del Soviet a Tiraspol, durante la guerra civile moldava del  1992, dove la stanza del presidente (è ancora lì) Smirnov aveva la stessa ordinata confusione. Fu un ricordo che durò pochi istanti. Domenico Logozzo, allora caporedattore della Rai abruzzese, richiamò subito la mia attenzione: fu cortese nei pochi minuti di colloquio che avemmo, prima di dirigerci verso il cratere del terremoto.

Ci descrisse le strutture aziendali sopravvissute al sisma, ci disse dove montare  e dove andare a dormire e ci diede il primo pezzo da fare per quella sera. Ci accomiatò con un frase di cui tutt’ora ricordo il suono, con una bella cadenza calabrese, malgrado gli anni passati a Pescara: “Per qualunque cosa, lamentela o suggerimento, critica o richiesta, a qualunque ora del giorno e della notte, non fatevi scrupolo: chiamatemi. Il cellulare è sempre acceso”.

Non lo diceva tanto per dire. E non lo diceva solo a noi, milanesi in trasferta, ma anche a tutti gli altri colleghi – di tutta Italia – andati in Abruzzo ad aiutare la locale testata regionale dopo il sisma del 6 aprile (vero federalismo solidale). E lo diceva, ovviamente, anche e soprattutto ai suoi redattori e inviati.

Qualche settimana fa, sono ripassato a Pescara a salutare insieme a colui che dopo averlo conosciuto bene ora posso chiamare “Mimmo”. Ero insieme agli studenti di giornalismo della Statale, in trasferta per realizzare – tutti assieme – uno speciale in quel buco nero dell’informazione che è l’Aquila post-terremoto.

Triste ma combattivo, Logozzo ci confessò che da lì a poco sarebbe stato sostituito, non sarebbe più stato caporedattore della Rai abruzzese. Disse che avrebbe comunque resistito legalmente a una scelta  che non condivideva, né capiva.

Così è stato.

Gli avevo promesso un pezzo sulle vittime universitarie del terremoto (ampiamente seguite dal collega abruzzese Umberto Braccili, che però – avendo sul tema scritto un appassionato libro – non poteva contemporaneamente suonarsela e cantarsela). Avrei dovuto realizzarlo per i primi giorni di gennaio.

E invece una sera di dicembre Logozzo mi ha chiamato, di ritorno Roma, dove gli era stata ufficializzata la rimozione: “Andrea, quel pezzo non riesci a farlo prima di Natale? Dopo, io non sarò più qui”. La voce era triste e l’amicizia che mi lega a questo collega non mi diede alcuna scelta. Il servizio è andato in onda proprio il 25 dicembre.

Prima di allora, l’assemblea della redazione abruzzese ha espresso compattamento la contrarietà alla sostituzione di Logozzo, parlando di “umiliante trattamento” e affidando al Cdr un pacchetto di tre giorni di sciopero. Anche l’Usigrai, col segretario Carlo Verna, ha duramente contestato la decisione: “Roba da Rai di Masi”.

Domani, davanti al giudice del lavoro, c’è l’udienza nella quale si valuterà la legittimità di quella decisione.

La sentenza, nel mio cuore, è già stata scritta.

Ad maiora, caro Mimmo.

AGGIORNAMENTO DELL’ULTIMA ORA: Dopo l’udienza, Rai e Logozzo hanno trovato un accordo. Il collega guiderà una nuova tramissione serale della Tgr con sede a Pescara.

Vi terremo informati.

Grazie a tutti coloro che hanno commentato. Mimmo ne è commosso.

Ad maiora

PICCOLE CRONACHE HAITIANE: C’ERA UNA VOLTA IL SEMINARIO

Ci sono momenti in cui è difficile dire qualcosa. Anche se si fa un lavoro che proprio sulle parola basa parte della sua essenza.

Mi era capitato lo scorso anno ad Onna, insieme al collega Ermanno Generali. Lavorammo senza dirci una parola, schiacciati dall’assenza, dal silenzio della morte. E’ quello che, molto più in grande, si prova a Birkenau, di fronte a quegli enormi spazi vuoti, ma pienissimi di sofferenza.

Dove sorgeva il Gran Seminario di Port-au.Prince, ad Haiti tutto è rimasto come nell’istante dopo il terremoto di nove mesi fa. Le stesse macerie, la stessa devastante  impressione lasciata dalle ondate telluriche che hanno sbriciolato l’intero palazzo, provocando una ventina di morti. Anche la croce si è piegata per la furia della terra. Il Nunzio racconta che si sentiva borbottare la montagna, che si ascoltava il rumore delle rocce che esplodevano.

Abbiamo girato intorno a quel che resta del Gran Seminario con i nostri amici di Avsi, Edoardo e Fiammetta, che pure qui nel passato si era anche fermata a dormire. Mentre Paolo Carpi faceva le riprese, noi camminavamo in silenzio, con gli occhi che vagavano tra le macerie alle ricerca di chissà cosa. Una scarpa, un libro, i fagioli in cucina, il secondo piano schiacciato tra il primo e il terzo.

In questi frangenti, parlare diventa superfluo, non basta a riempire il senso di vuoto lasciato da quel che si vede.

Varcato il cancello intanto la vita haitiana scorre, malgrado le mille difficoltà. Malgrado cicloni, terremoto e colera. E allora si può ricominciare a parlare.

Ad maiora.