China Town

Un albero milanese, trasformato in bacheca

Un albero dall’ara assetata (insieme ad altri 9 fa parte del “bosco” voluto dalla precedente amministrazione nella China Town milanese).
Un cittadino (o una cittadina vista l’ottima grafia) che attacca su quella pianta (ma anche sulle altre) un appello: bagnatele.
Fin qui tutto molti milanese.
Ma i social network sembrano ora aver condizionato anche le polemiche “stradali”.
E così qualcuno (ma anche qui, forse, qualcuna) prende carta e pennarello e replica, commenta, cita il tweet. Dando spiegazioni tecniche e finendo all’arancione: perché non te ne occupi tu?
Quattro foto, scattate poco fa.
Per raccontare una piccola storia. E soprattutto quella grande: neanche oggi qui è piovuto.
Ad maiora

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Lux, il locale non c’è più ma la scritta è sempre lì

Un locale milanese è stato chiuso dall’autorità giudiziaria. Ma la vecchia insegna fa ancora bella mostra di sé.

Parliamo di Lux, poi Moscati, sequestrato dai giudici qualche mese fa:

http://andreariscassi.wordpress.com/2011/08/04/da-molina-a-lux-una-parabola-milanese/

La scritta del bar, in caratteri runici, con evidenti richiami a quella di “Dux” (Dux mea Lux si diceva d’altronde) è ancora lì all’angolo tra via Canonica e via Moscati. Tra una zona della movida e la China town milanese.

Il locale è ora in affitto.

Chissà se i nuovi proprietari toglieranno quel logo.

O se ci penserà qualun altro.

Ad maiora.

FISCHIA IL VENTO IN CHINA TOWN

Fino a qualche settimana fa, ogni tanto, China Town era attraversata dalla Banda civica. Spesso preceduta dal vice-sindaco.

Dopo un ventennio di governo, il centro destra lascia il quartiere caotico e invaso dai furgoni.

Qui non ci sono domeniche né feste comandate. Anche Ferragosto il formicaio multietnico brulica come sempre. D’estate però, molti italiani vanno in vacanza e il quartiere è un po’ più deserto.

Scomparse le marcette delle bande, ieri sera due suonatori hanno fatto serenate sotto le finestre di quanti non sono andati via in questo week end estivo (ricevendo anche un po’ di soldi). Come succede una volta l’anno a Sainte Marie de La Mer, in Camargue:

Scriveva Pablo Neruda: Inseguite le parole, agitatele, bevetele, divoratele, catturatele, sgusciatatele. La parola è musica. E la musica si farà più forte e l’attenzione sarà sempre più intensa se le accompagnerete con i gesti e la passione. Parole, musica, gesti, emozioni, diventeranno, d’un tratto, un macigno che nessuno potrà scansare se a tenerle assieme ci saranno l’armonia e un pizzico di follia. Saranno polvere passeggera e fastidiosa se le parole saranno assai, la musica troppo ricercata, i gesti prepotenti, le emozioni enfatizzate. Inseguite le parole perché questa è la vita.

Ad maiora.

PAOLO SARPI PEDONALE MA L’INGROSSO E’ RIMASTO A CHINA TOWN

Fervono i lavori in Paolo Sarpi, la principale via della China Town milanese. Si accelerano i tempi per la posa dei cartelli stradali che annunciano la trasformazione della via in “zona pedonale” e si rifà il look.

Sabato è prevista infatti l’inaugurazione e come scrive “Il Giornale” oggi “si potrà dire in tutta tranquillità che la promessa elettorale della Moratti è stata mantenuta appieno: niente più doppie file, niente traffico in tilt e basta camion che scaricano la merce di fronte ai negozi in qualunque ora del giorno parcheggiando in mezzo alla strada”.

Non è proprio così.

Se il problema è stato – giocoforza – risolto in via Paolo Sarpi (ora pedonalizzata, col transito consentito ai soli residenti), i disagi sono rimasti tali e quali nelle vie parelle e perpendicolari che, anzi, da quando l’arteria principale è chiusa al traffico, vivono immerse in furgoni, carrellini e bicicilette con portapacchi.

Se infatti l’obiettivo di Palazzo Marino era l’allontanamento dell’ingrosso cinese dal quartiere, al momento sembra fallito. I problemi non sono infatti dati dai negozianti di origini orientali, ma dal via a vai che i negozi all’ingrosso provocano in questo che è un quartiere ad altissima densità abitativa (italiana per lo più).

Da queste parti, caso unico nei quartieri etnici delle grandi città, il centro destra ha perso voti negli ultimi anni (Penati, pur sconfitto, qui ha battuto sia Podestà che Formigoni). Vedremo se con questa “operazione Paolo Sarpi pedonale”, Pdl e Lega riusciranno a riconquistare i voti smarriti.

Ad maiora.

VIAGGI IN CINA

Qualche giorno fa un comunicato del consigliere comunale milanese Basilio Rizzo invitava Palazzo Marino ad essere coerente con sé stessa. Visto che si esprime solidarietà al neo premio Nobel Liu Xiaobo, scriveva il rappresentante della Lista Fo, non si inviino più delegazioni consiliari in Cina o – se già organizzate – le si limiti a “delegazione tecnica, composta da funzionari, ridotta all’osso. Non rappresentanti dei cittadini milanesi, perché  così  si comunica il dissenso della città, la volontà di far sapere la solidarietà dei milanesi a Liu Xiaobo”.

Sulle pagine milanesi di Repubblica si apprende che il Comune  di Milano non seguirà questo suggerimento. A breve parte una delegazione diretta a Shangai (dove si tiene l’Expo prima di quello milanese). I consiglieri comunali andranno in due tranche: 14 in tutto, sia della maggioranza che dell’opposizione. A guidare entrambe le delegazioni Stefano Di Martino, vice presidente del consiglio comunale.

Di Martino è stato l’unico italiano condannato per gli scontri nella China Town milanese, nella primavera 2007. “Ero lì a fare da paciere”, ha sempre detto l’ex An ora Pdl, ma i giudici di primo grado – nel giugno di quest’anno -non gli hanno creduto e gli hanno comminato 9 mesi di carcere per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. In primo grado sono stati condannati anche altri 37 imputati, tutti di origine cinese, con pene che vanno da 5 mesi a un anno e 9 mesi.  A breve ci sarà l’appello.

Mentre sarà in Cina, Di Martino potrebbe essere anche rinviato a giudizio in un altro processo. Quello per il finanziamento – da 580 mila euro – all’associazione italo-cinese Alkeos (era nella cosiddetta Pagoda di piazza Gramsci). Insieme a Di Martino è stato indagato anche un assessore Pdl, Guido Manca. Il Comune si è costituito parte civile nel processo.

Secondo il Pm Maria Grazia Pradella, l’associazione Alkeos oltre che di integrazione si occupava di spese voluttuarie, come viaggi in Cina.

L’udienza nella quale si deciderà il rinvio a giudizio è il 25 ottobre, mentre la delegazione consiliare sarà in Cina.

Ad maiora.

OBIETTIVO: CONQUISTARE CHINA TOWN

“Rispettiamo solo i pompieri”, grida ridendo un gruppetto di ragazzini all’arrivo della campagnola dei Carabinieri. È il tipico slogan da curva che riecheggia nei quartieri dove “le divise” non sono molto amate. Ma qui non ci troviamo in qualche periferia degradata, di Torino o Palermo. I tredicenni in questione sono giovani italiani abitanti della China Town milanese, zona semicentrale alle spalle del Castello Sforzesco.

Da qualche settimana la ricetta “law and order” dopo via Padova, è arrivata anche nel quartiere cinese di Milano. Qui non ci sono state recentemente rivolte etniche. La crisi tra i ghisa meneghini e la comunità risale a due anni fa, e portò a un violento scontro che in questi giorni va a processo (oltre ai cinesi, c’è un italiano, vice presidente del Consiglio comunale, Pdl, che – secondo l’accusa – solidarizzava coi rivoltosi).

E dunque cosa ci fanno i carabinieri in piazza Gramsci, spianata di cemento (ideata da un urbanista sadico) dove i ragazzini danno calci al pallone? “Controllano il territorio”. Ci sono molti immigrati, quindi mandiamogli un po’ di forze dell’ordine. Questo è il pensiero che sta dietro le scelte dell’amministrazione comunale di centro destra che tra un anno riconquisterà probabilmente Palazzo Marino.

Ma si dà il caso che proprio China Town da qualche elezione a questa parte, voti massicciamente a sinistra. Qui gli abitanti (in larga parte italiani autoctoni) sono stanziali, a volte sono qui da alcune generazioni. E ormai non credono più alle soluzioni che il centro destra prospetta per risistemare il quartiere. Un tempo qui convivevano negozi cinesi e italiani. Poi (dopo la riconquista cinese di Hong Kong) la zona è diventata commercialmente tutta cinese. Non tanto piccoli negozi, ma soprattutto di ingrosso. Qui ogni giorno arrivano centinaia di furgoni che caricano e scaricano. E se gli viene impedito, scaricano più in là e mandano la merce coi carrellini in zona.

Gli attriti con gli italiani nascono da lì, da un quartiere assediato dai furgoni e abbandonato a sé stesso. Dove i negozi sono stati venduti a suon di valigette piene di soldi in contanti. Qui, per anni, si è data l’impressione che si potesse far tutto, che l’unica regola fosse “pecunia non olet”.

E ora si correi ai ripari. In ritardo e con scelte discutibili. Chiudendo anticipatamente i phone center. Spedendo le forze dell’ordine per numerose volte negli stessi locali. E riducendo gli orari di tutti i negozi. Mosse tipicamente “liberali” di risoluzioni dei problemi. Negozi aperti anche tutta la notte renderebbero il quartiere più sicuro, che la gazzella che sfila lentamente nelle vie del quartiere. Si pedonalizza la via principale, ignorando o fingendo di ignorare che l’ingrosso è nelle vie laterali.

Qui le uniche divise che servirebbero, in modo massiccio, sarebbero quelle della Finanza per controllare bolle di carico e scarico. E se proprio volessero mandare i carabinieri dovrebbero spedire i Nas per verificare il rispetto delle norme igieniche di alcuni esercizi.

Si è scelta un’altra strada.  Speriamo solo che non alimenti nuovi tensioni.