Beppe Grillo

#zappingmondiale da Grillo che non ride più alla Torah scoperta dall’Università di Bologna

TorahLa politica italiana campeggia su alcuni giornali stranieri, online. O meglio, vi campeggia Beppe Grillo.

Il Corriere del Ticino titola sul fatto che perde e va all’attacco.
Parla invece di crollo e del fatto che non c’è niente da ridere per l’M5S l’Indipendent.

Continua a far notizia anche Papa Francesco che su Le Figaro dice che vive al cospetto di tutti, per salvarsi dall’isolamento.
Sulla Zeit i dati diffusi dal Vaticano sui cristiani uccisi in giro per il mondo per la loro fede.
Sempre in tema religioso, Haaretz apre con la notizia che l’Università di Bologna avrebbe trovato la più antica Torah.
La Bbc pubblicizza invece un concorso d’eleganza automobilistica sul Lago di Como.
Per il calcio, si parla di Ancelotti e di quanto costa portarlo via dal PSG.
Per lo sport da fare, segnalo un decalogo di comportamento per i runner pubblicato dal Guardian e un classico quesito del NYT: fa meglio correre o camminare?
Io scelgo per il primo verbo.
Ad maiora

#zappingmondiale Si spegne la stella di Grillo?


Poca attenzione alle amministrative italiane sui siti stranieri.

Sul Corriere del Ticino spazio al primo round del voto romano andato a Ignazio Marino.
Più politico il titolo del Pais che mette sempre la foto di Marino ma la accompagna con un titolo inequivocabile: si spegne la stella di Grillo. Alle amministrative.
Per il resto, attenzione al calcio, anzi alle panchine. Sia il Guardian che El Mundo danno molto spazio a Benitez, prossimo allenatore del Napoli.
Chiudo con le Figaro che annuncia le regole che in Francia vengono imposte alle sigarette elettroniche.

Un tema tutt’altro che fumoso.
Ad maiora

Grillo, i dissidenti, la fogna e il potere dei senza poteri

Da quando alcuni senatori M5S hanno votato Grasso alla presidenza dell’aula e il blog di Beppe Grillo li ha bacchettati, le mie antenne hanno più volte vibrato.
Ho infatti letto su quotidiani e siti internet e sentito un po’ ovunque (in più di un tg) un termine a me ben noto: dissidenza.
I dissidenti, se posso dirlo, sono ben altri rispetto senatori in disaccordo con il loro leader.
C’è un libro meraviglioso che spiega cosa sia la dissidenza. È “Il potere dei senza potere” di Vaclav Havel, uno che è stato dissidente nella sua vita, prima di guidare la Cecoslovacchia prima e la Repubblica Ceca poi. Lo ha pubblicato Garzanti nel 1991 e, chissà perché, mai più dopo. Scrive Havel: «L’uomo prende coscienza di essere un dissidente quando lo è già da un pezzo. La “dissidenza” non è una professione, è inizialmente e soprattutto una posizione esistenziale. (…) Un uomo non diventa “dissidente” perché un bel giorno decide di intraprendere questa stravagante carriera, ma perché la responsabilità interiore combinata con tutto il complesso delle circostanza esterne finisce per inchiodarlo a questa posizione: viene sbattuto fuori dalle strutture esistenti e messo in opposizione alle stesse».
Chiudo con una bella barzelletta sovietica. Che sembra invece fare il caso nostro: «Un dissidente arriva in un remoto villaggio in cui è stato esiliato. Il luogo sembra completamente deserto, tuttavia, non appena si avvicina al centro cittadino, avverte un terribile fetore. Nella piazza principale scorge una gran folla che se ne sta immobile, immersa in un lago di liquami di fogna che le arrivano al mento. Improvvisamente il dissidente vi cade dentro. Subito comincia ad agitare le braccia e a urlare pieno di disgusto: “Ehi! Non potete sopportare una cosa simile! Non potete starvene qui senza far niente!”. “Chiudi il becco e smetti di agitarti,” gli viene risposto “stai causando delle onde”».
Ad maiora

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La tirannia russa contro Navalny, il Beppe Grillo russo

Oltre alla repressione contro le Pussy Riot, in questi giorni la tirannia putiniana sta cercando di eliminare dalla scena politica una dei principali oppositori: Aleksei Navalny.
Il blogger che ha avviato lo sgretolamento del regime di Russia Unita con i tweet nei quali diceva “basta al partito dei ladri e dei malfattori” è nel mirino della giustizia politica russa.
Come in tutti questi patetici casi, l’accusa è sempre la stessa mossa a Khodorkovsky: appropriazione indebita.
Il titolo di Russia oggi è già una mezza condanna, Navalny sotto scacco:

http://russiaoggi.it/articles/2012/08/07/navalny_sotto_scacco_17015.html

Non crediamo che il grande blogger si spaventerà per queste cose.
Lui denuncia tutto in pubblico, tutto in rete.
Come quando, qualche ora fa, ha trovato microspie nel suo ufficio (anti-corruzione). Le ha fotografate e postate:

http://www.developingreport.it/2012/08/07/alexei-navalny-spiato-pubblica-la-foto-di-una-microspia-su-twitter/

Intanto i giovani Balilla putiniani (Nashi) chiedono che Navalny sia escluso dal Cda di Aeroflot, dove è appena stato nominato:

http://www.tmnews.it/web/sezioni/nuovaeuropa/PN_20120807_00121_NE.shtml

L’oligarca che l’ha indicato per quel posto (Lebedev) starebbe pensando di lasciare la Russia di Putin:

http://www.diariodelweb.it/Articolo/Mondo/?d=20120803&id=258098

Dubito che il blogger (il Beppe Grillo russo) scelga questa strada: continuerà a combattere anche se lo metteranno (di nuovo) in cella.
Ad maiora

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Delle due, una

O non ci vai in tv, come Grillo (che pure quando ero giovane me lo ricordo bello magnetico).
O se ci vai come Veltroni stasera al Tg3, impari a guardare in camera e non verso il monitor che ritrasmette la tua immagine.
Eh sì che ne capisce di tv l’ex segretario Pd.
Mi ricorda però quegli altri democratici ospiti di Mineo che guardano il direttore di Rainews mentre lui, invano, guarda in camera.
Ad maiora.

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La curva del Genoa e la piccola Norimberga

L’ondata di sdegno moralista seguita a Genova-Siena mi fa un po’ sorridere. Il perbenismo schiera tutti dalla stessa parte. Sul Corriere, uno degli indignati pezzi cita persino l’alluvione su Genova, quasi a imputare alle curve anche questo.
Gli ultrà sono un ottimo capro espiatorio di un sistema (sportivo, ma non solo) che fa acqua da tutte le parti.
Nell’epoca delle società (anche sportive) secolarizzate, la maglia è un simbolo. E quel chiedere (anzi, imporre con la forza) ai giocatori di togliersela, è una specie di attestazione di proprietà. Di chi sono le squadre di calcio? Dei presidenti (spesso imprenditori a rischio bancarotta)? Dei soci (i board sono a volte impresentabili, la Juve è ancora parzialmente libica, l’Inter raffina e il Milan va be’)? Dei giocatori (che cambiano casacca ogni due mesi e arrivano anche a vendere i derby)? O dei tifosi?
Di questi ultimi gli ultrà si sono autonominati portavoce. Sono d’altronde gli unici organizzati e con seguito, popolare e giovanile.
Per evitare che disturbassero il meccanismo socio-economico che sta intorno al pallone, in questi anni le società li hanno spesso assecondati. Anzi, hanno assecondato i capi della curva. Che però, come ieri, ogni tanto esce dai binari.
Scatenando l’irritazione nazionale.
È la tv che comanda in campo. Che decide orari, impegni, ritmi. Che causa persino gli infortuni.
Ma è più semplice dare la colpa agli ultrà. Quelli che vivono per il calcio. Che a questo dio sacrificano tutti i fine settimana.
Un dio ingiusto e squilibrato che vende a metà campionato i suoi gioielli per far cassa (un anno fa la Samp, ora il Genoa). In Usa, patria del liberismo, gli acquisti sono regolati da regole: è la squadra più debole a prendersi i giocatori migliori.
Ma d’altronde siamo in Italia. Dove il Verona vinse l’unico scudetto in cui venne fatto un vero sorteggio per l’assegnazione degli arbitri. Poi mai più ripetuto.
Pensavo infine: se – seguendo l’idea della piccola Norimberga di Grillo – si imponesse ai politici di uscire dal campo consegnando qualcosa che “ci appartiene” cosa chiederemmo?
I vestiti firmati?
Le barche?
Gioielli e lingotti?
O il sogno di un paese migliore, quello per cui 67 anni fa migliaia di ragazzi sacrificarono la loro vita?
Ad maiora

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