Assago

Il Dalai Lama e la ricerca della felicità

“Se i lettori trarranno beneficio da quanto contenuto in queste pagine, i nostri sforzi saranno ben ricompensati. Ma se qualcuno non vi trovasse niente di utile, si senta liberissimo di nascondere questo libro in qualche angolo della sua biblioteca, senza farsene una colpa.”
È difficile trovare nelle ultime righe di un volume (di duecento e passa pagine) un’affermazione del genere. Ma non ci si stupisce se la si legge in un libro del Dalai Lama. “La felicità al di là della religione” il titolo (del libro edito da Sperling&Kupfer) ma anche dell’ultima conferenza milanese della massima autorità spirituale del buddismo tibetano. Chi non l’abbia seguita potrà scoprire molti dei suggerimenti che il Dalai Lama offre per cercare di vivere felici. E per farlo al di là della fede religiosa.
Scrive il monaco: “Ora a fronte dell’oblio delle qualità interiori, nessuna risposta di matrice religiosa riuscirà a dimostrarsi universale, pertanto non rappresenta una soluzione efficace. Ciò di cui abbiamo attualmente bisogno è un approccio all’etica che non faccia riferimento alla religione e possa essere accettato sia da chi segue la fede sia da chi non ne ha alcuna; in breve, ci serve un’etica laica. Sicuramente sembrerà strano sentir pronunciare un’affermazione del genere da qualcuno che indossa, fin da giovanissimo, le vesti da monaco. Eppure, io non vi vedo alcuna contraddizione. La mia fede m’ingiunge infatti di fate ogni sforzo possibile per favorire il benessere e la felicità di tutti gli esseri senzienti, e rivolgermi anche a chi non l’ha adottata, è seguace di un’altra religione o non lo è di nessuna, è assolutamente coerente con tale principio”.
Un’affermazione che qualche pagina più in là il Dalai Lama motiva così : “Sebbene non possa concordare sull’idea che la fede rappresenti un ostacolo per lo sviluppo umano, comprendo bene le radici dei sentimenti antireligiosi di un certo contesto storico. La storia ci insegna una verità scomoda: le istituzioni religiose e i loro seguaci, di ogni tipo, hanno invariabilmente messo in atto uno sfruttamento del prossimo, e la fede è stata usata anche come pretesto per scatenare guerre e legittimare l’oppressione. Persino il buddismo, con la sua dottrina della nonviolenza, non può dirsi completamente alieno da pecche del genere”.
Sono gli stessi (umili) insegnamenti su cui il Dalai Lama ha insistito negli incontri a Palazzo Marino, al Dal Verme e sopratutto al Forum di Assago. Sempre partendo dal principio di evitare di fare proselitismo: “Nell’offrirvi i miei consigli, non ho certo intenzione di fare proseliti, di “convertirvi” al buddismo! In realtà, quando mi viene chiesto di dare insegnamenti buddisti in Occidente, mi capita spesso di esprimere una mia convinzione personale: in linea di massima, non è opportuno adottare pratiche religiose che non siano ben radicate nel proprio retroterra culturale e famigliare. Potrebbe risultare difficile e indurre inutile confusione. Piuttosto, ciò che mi spinge è il semplice desiderio di contribuire al miglioramento dell’umanità. Se i principi della mia tradizione possono risultare al di fuori di essa, penso sia costruttivo attingervi.”
Per la ricerca della felicità, il Dalai Lama invita a manifestare per gli altri lo stesso amore che le madri hanno verso i loro figli, “magnificamente espresso nel simbolo cristiano della Madonna col bambino” E invita all’etica individuale soprattutto in questo periodo di vita globalizzata, come dimostra l’attuale crisi finanziaria (partita, ricordiamo, in Usa e non in Grecia): “È giunto il momento di riconoscere che la nostra vita è profondamente interconnessa con quella di tutti gli altri e di ammettere che il nostro comportamento personale ha una dimensione planetaria”.
L’importante, sostiene il monaco buddista, è non essere egoisti e non pensare solo ai soldi e ai beni materiali, perché come recita un antico detto tibetano: “Sull’uscio di casa dell’uomo ricco e infelice dorme il mendicante soddisfatto”.
Parole che in questa fase di crisi hanno spinto migliaia di persone ad ascoltare il Dalai Lama a Milano.
E a far avvicinare a lui – e simpatizzare – migliaia di “nativi cristiani”, attratti forse più dalla filosofia di vita tibetana che alla religione buddista. O forse solo dalla grande forza che emana il quattordicesimo Dalai Lama, il primo ad essere stato cacciato, insieme a migliaia di monaci, dalla loro terra, il Tibet.
Ad maiora.
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Dalai Lama
La felicità al di là della religione
Sperling&Kupfer
Milano, 2012
Euro 16.50

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Finiti gli incontri del Dalai Lama

Finita la due giorni del Forum.
Sono stato bene, tornerò le ultime parole del monaco tibetano.
10.000 persone da oltre 50 paesi l’hanno seguito.
L’incasso ha superato largamente le spese.
I fondi avanzati per opere in Tibet e per la cultura tibetana in Italia. Ma anche per aiutare i carcerati milanesi.
Ad maiora.

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L’iniziazione e il Dalai Lama

Delle tre giornate milanesi del Dalai Lama quella di stamattina qui al Forum di Assago è stata decisamente la più religiosa. Di fronte anche oggi a novemila persone la massima autorità del buddismo tibetano ha svolto l’iniziazione, agli occhi del cronista, una sorta di preghiera collettiva. Un beneficio che chi vuole l’iniziazione deve, con la meditazione, pensare non per se stesso, ma estendendola a tutti gli esseri senzienti. Dei quali facciamo parte anche noi.
La cerimonia è iniziata e si è conclusa onorando il Budda e il Dalai Lama, giungendo le mani prima sopra la testa, poi alla gola, infine al cuore.
La cerimonia odierna è un voto per rispettare i cinque principi cardine: non uccidere, non mentire, non millantare il raggiungimento di obiettivi spirituali, non bere alcol. Rispetto a quest’ultima regola il Dalai Lama, sorridendo, ha detto che essendo una tradizione occidentale, si può in parte violare, bevendo però pochissimo. (Io dissento…)
L’obiettivo di questa iniziazione è raggiungere l’altruismo infinito. Da ottenere facendo una promessa, ha spiegato dal palco, davanti al Budda, o ad Allah per gli islamici e a Gesù per i cristiani, numerosissimi qui ad ascoltare il Dalai Lama.
Nel pomeriggio l’ultimo incontro quello sulla “felicità al di là della religione”, titolo anche dell’ultimo libro del monaco buddista noto in tutto il mondo.
Ad maiora

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PILLOLE (TENNISTICO) MONDIALI. 19

L’assenza dell’Italia dai Mondiali ha l’unico svantaggio che non c’è grande attesa per le gare successive. Il sabato del villaggio non scatta per Paraguay – Spagna. Per sopperire a tutto ciò gli inglesi organizzano un torneo di tennis sull’erba, a Wimbledon.

Scherzi a parte, due parole sul grande Novak Djokovic che oggi schiantando un taiwanese è arrivato in seminfinale al prestigioso torneo britannico (dal quale è stato escluso l’ondivago Federer).  Il serbo – che lo scorso anno ha vinto l’Australian Open- è nato a Belgrado nel 1987 (si chiamava ancora Jugoslavia). Negli scorsi giorni ho letto che l’amministrazione comunale milanese cercava di arrampicarsi sugli specchi per giustificare l’assenza nell’ex capitale morale di una piscina olimpica. A Milano manca (dalla nevicata del 1985, c’era la Jugoslavia, ma anche l’Urss e un Muro a Berlino) persino un Palazzetto dello Sport. Si gioca in una struttura privata ad Assago (collegata da una metropolitana, ancora inattiva, ma questo non è un post sulle carenze infastrutturali italiane).

Nella Belgrado, giusto per fare un esempio con una città che da sempre mi ha affascinato, ci sono quasi mille strutture sportive. Ha piscine olimpiche tanto da aver ospitato nel ’73 i primi Mondiali di nuoto. La capitale serba ha recentemente organizzato il Campionato Europeo di Basket maschile. Si è candidata anche a ospitare le Olimpiadi. Ma per motivi politici e commerciali (sempre che ci sia ancora differenza tra i due aggettivi) ha perso contro Barcellona ed Atlanta.

Belgrado sforna talenti sportivi: oltre a Djokovic, le tenniste Jelena Jankovic e Ana Ivanovic e i calciatori Aleksandr Kolarov e Dejan Stankovic.

La capitale serba ha infatti anche una lunga tradizione calcistica (nove le squadre presenti in prima divisione). Ha due stadi di calcio, quello della Stella Rossa e quello del Partizan. Hanno una capienza di 55 mila e 32 mila spettatori. Molti degli ultrà andarono a fare la guerra contro le repubbliche (e province) secessioniste. Ma questa è un’altra storia ancora.