Afghanistan

Russi

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L’altra sera discutendo su Twitter con dei fanatici russi, anzi putiniani, mi è tornato alla mente questo brano del Cacciatore di aquiloni, di Khaled Hosseini, scrittore (e medico) americano di origine afgana.
Ad maiora
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Dallo pneumologo andò bene finché Baba non chiese al dottor Schneider quale fosse il suo paese d’origine e saltò fuori che era russo. Allora Baba lo allontanò in malo modo. “Ci scusi”, dissi io. Il dottor Schneider si fece da parte con lo stetoscopio ancora in mano. “Baba, ho letto la biografia del dottor Schneider. È nato nel Michigan. Michigan, è americano, molto più americano di quanto non lo saremo mai noi due.” “Non importa dove è nato. È russo” rispose Baba facendo una smorfia come se avesse pronunciato una parolaccia. “I suoi genitori erano russi e i suoi nonni erano russi. Giuro su tua madre che se cerca di toccarmi gli spezzo il braccio.”.

Aperta a Kabul Casa Pangea

Ricevo dagli amici della Fondazione Pangea questo comunicato sulla loro nuova struttura aperta in Afghanistan per garantire un supporto ai nuclei familiari aiutando, soprattutto i minori.

Il diario di viaggio lo si può seguire qui: https://pangeaonlus.wordpress.com

Ad maiora.

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Fondazione Pangea Onlus ha inaugurato a Kabul Casa Pangea, un asilo/casa accoglienza per i bimbi dei quartieri più poveri della capitale afghana, nella quale la Fondazione è attiva dal 2003 con un progetto di sviluppo e microcredito a favore delle donne e delle mamme.

 La casa potrà ospitare almeno 50 donne e 200 bambini l’anno: La struttura ha lo scopo di garantire ai piccoli un luogo sicuro dove poter essere seguiti nel proprio percorso di crescita, in modo da renderlo completo e adeguato alle loro esigenze e soprattutto renderne partecipi le mamme,  agevolare l’uscita dei bambini dalla scuola materna verso le scuole elementari e migliorare significativamente le condizioni economiche e culturali delle famiglie di provenienza.

Sono previste attività di formazione e gioco, cure sanitarie, vaccinazioni, percorsi formativi e microcredito per le mamme.

 Il diritto all’infanzia in Afghanistan viene negato per mancanza di mezzi, sia economici che strutturali. Risulta evidente la necessità di un supporto ai nuclei familiari con la creazione di spazi in cui i bimbi possano vivere la propria infanzia, con attività ludiche e di formazione che ne stimolino lo sviluppo cognitivo ed emotivo in un ambiente tranquillo, a cui le famiglie possano affidarli senza problemi, ricevendo al contempo un supporto tramite il microcredito come strumento di supporto economico, che impedisca che i piccoli, per necessità, vengano instradati verso la ricerca di reddito a sostegno di fratelli e genitori.

 “Con emozione stiamo per inaugurare Casa Pangea Afghanistan, un luogo dove i bambini possono crescere sicuri, lontano dalle strade e dai pericoli e dove le famiglie sanno di avere un punto di ascolto e di condivisione con Pangea” – Luca Lo Presti, Presidente di Fondazione Pangea Onlus.

 A sostegno della campagna per l’avviamento di Casa Pangea, la Fondazione ha lanciato un programma di gemellaggio con gli asili e le strutture per l’infanzia italiani, che hanno contribuito alla raccolta fondi per la campagna.

Obama a Kabul, Massimo Fini a Milano

In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla

Questo il discorso di poche ore fa di Obama a Kabul:

http://www.nytimes.com/2012/05/02/world/asia/text-obamas-speech-in-afghanistan.html?_r=1&pagewanted=1

Questa la mia recensione:

http://andreariscassi.wordpress.com/2012/04/28/le-guerre-democratiche-di-massimo-fini/

Ad maiora

Le guerre democratiche di Massimo Fini

Non sempre ci si trova d’accordo con quel che scrive Massimo Fini, ma non ci annoia lungo le 289 pagine del volume “La guerra democratica”. Il giornalista, edito da Chiarelettere, ha condensato in unico volume tutti gli articoli che in questi anni ha dedicato all’interventismo militare umanitario degli ultimi anni. Dalla Somalia all’Afghanistan (dove ieri Monti ha annunciato che rimarremo oltre il 2014: bella idea in un periodo di tagli!), passando per l’ex Jugoslavia e Iraq e arrivando fino alla Libia che fu di Gheddafi.

Fini può permettersi di ripubblicare pezzi datati 1991 perché è innegabile in lui una coerenza, non sempre riscontrabile in altri giornalisti (alla incoerenza della politica dedico solo questa parentesi, chi mi legge ci arriva da solo).

Massimo Fini se la prende con l’uso peloso e ipocrita della terminologia umanitaria per contestare le tante troppe guerre che, dalla caduta del Muro, si sono susseguite in Asia e Africa: “Fin dai tempi più antichi la guerra è stata sottoposta a delle formalità e a dei riti precisi di demarcazione, proprio per staccare, senza possibilità di equivoci, il tempo di guerra da quello di pace. E questo perché in guerra diventa legittimo ciò che in pace è invece assolutamente proibito: uccidere. (…) Oggi la guerra la si fa, come sempre, ma non si osa più dichiararla e si preferisce mascherarla ipocritamente, da parte occidentale, sotto nomi diversi: operazione di peacekeeping, interento umanitario eccetera. Oggi noi pretendiamo di fare la guerra, ma chiamandola in altro modo, per il bene di chi bombardiamo”

Una delle lezioni che a volte tengo a Storia in Statale o ai corsi di Geopolitica delle Acli si intitola “Dopo la fine dell’Onu”. Infatti, purtroppo, il carrozzone delle Nazioni Unite è stato sotituito dalla Nato (che avrebbe invece dovuto essere sciolta come il Patto di Varsavia) e dai vari G8, G20, G30, club autoconvocati che decidono le sorti di tutte le nazioni.

Fini è sprezzante verso le azioni militari del mondo occidentale, passato dal peace-keeping al peace-making, addirittura al peace-enforcing.

Ma se la prende anche con le iniziative umanitarie che seguono a ruota quelle militari: “In un certo senso era molto meglio il colonialismo classico perché mantenendo il distacco degli indigeni perlomento consentiva loro di conservare i propri costumi, la propria cultura, la propria anima. Mentre il colonialismo attuale, con la pretesa totalizzante di omologazione a sé, ritenendosi il migliore dei mondi possibili, l’intero esistente e di fare della terra un unico, immenso, mercato, distrugge i popoli con cui viene in contatto, sia in senso economico, perché fingendo di portar loro risorse in realtà gliele rapina, sia in quello, più profondoo, esistenziale, emotivo, psicologico e culturale”.

Nel mirino de “La guerra democratica” ci sono quasi sempre gli Usa e la loro politica estera: “Di un alleato come gli Stati Uniti non so se si può fare a meno, ma si deve fare a meno. Perché non sono degli alleati, ma dei padroni. Perché se è vero che la libertà dell’Europa di ieri è passata – anche – attraverso gli americani, è altrettanto vero che che la libertà dell’Europa oggi si può realizzare solo contro gli americani”.

Fini (come ai suoi tempi Clementina Forleo, in una sentenza che scatenò assurde polemiche) ha sempre differenziato le azioni di terrorismo da quelle di guerriglia, anche quando a esserne vittima sono stati italiani: “L’attacco di Nassiriya non è un atto terroristico, vile e ignobile come ha detto il capo dello Stato e come ripetono tutti i media (terrorismo si ha quando vengono colpiti dei civili inermi), ma di guerriglia che ha preso di mira un obiettivo militare”.

Nel volume si ritrovano anche alcune imprecisioni dettate dalla quotidianità (la produzione afghana di oppio – azzerata dai talebani – sotto Karzai-Usa è l’80% del fabbisogno mondiale in un pagina e il 93% nella pagina successiva; i morti per la strage di Lockerbie furono 270 e non 700 ).
Ho fatto invece un salto sul divano, per un passo su una strage cui ho dedicato molta attenzione professionale (e affettiva): quella di Srebrenica.

Massimo Fini parla delle 650.000 vittime civili dell’intervento “umanitario” in Iraq e traccia un paragone: “Cento volte supriore a quelle dell’assedio di Sarajevo della famosa strage al mercato e di quella di Srebrenica (dove peraltro a essere liquidati fino solo maschi adulti)”.

I maschi adulti furono 8372. Erano adulti nel senso che furono assassinati tutti i maschi tra i 14 e i 65 anni rimasti nell’enclave creata dall’Onu per salvare i civili. Di quegli 8372 civili ogni 11 luglio si celebrano i funerali. Le milizie serbe hanno sparpagliato i loro resti in tante fosse comuni. Di quegli 8000 mila musulmani hanno trovato sepolutra solo 6000 mila. Quelli per cui decine di anatomi patologi sono riusciti, grazie al Dna, a rimettere insieme tutte le ossa, dal cranio ai piedi. Liquidarliin una parentesi è davvero riduttivo.

Ad maiora

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In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla