Pensieri

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L’incolore

In ogni caso, era diventato un individuo chiamato Tazaki Tsukuru. Prima non esisteva, era soltanto una bruma anonima sul far dell’alba. Un malloppo di carne rosa che pesava meno di tre chili, piangeva e respirava malapena nell’oscurità. Gli era stato imposto un nome e solo dopo si erano generate la coscienza e la memoria, e da lì si era formato il senso di sé.
Il suo nome era stato l’inizio di tutto.
Murakami Haruki, L’incolore Tazaki Tsukuro e i suoi anni di pellegrinaggio, Einaudi 2014 (traduzione Antonietta Pastore)

Aereo abbattuto, fiori e candele davanti all’ambasciata olandese di Kiev

Una folla, incredula, partecipa al dolore per le quasi 300 vittime causate da un missile terra aria, sparato prima che il volo delle Malaysia Airlines varcasse il confine aereo russo.
Ad maiora

L’aereo abbattuto nell’Ucraina orientale (video amatoriali)

Non ci sono superstiti nel volo della Malaysian Airlines (sembra abbattuto da un missile) al confine tra Ucraina e Russia.
L’esercito di Kiev ma anche gli anti-governativi negano di essere stati loro.
295 i morti.

Ad maiora

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Józu desu ne!

I giapponesi amano profondersi in elogi inutili a favore degli occidentali. Se un occidentale riesce a mangiare con i bastoncini, loro gli fanno i complimenti per l’eccellente coordinazione oculomanuale; se riesce a intercettare un pop fly debole nel campo di sinistra, riceverà elogi per la su abilità sportiva; se impara a dire ciao in giapponese, verrà lodato per la pronuncia fluente e così via. La frase ricorrente in questi casi è józu desu ne!, che significa: “Ehi amico, sei proprio bravo!”, ma che si potrebbe tradurre in: “Niente male, per mio così scemo”.
L’esempio più rappresentativo del significato di józu desu ne! è il modo in cui la mia vicina di casa insegnò al figlio di cinque anni ad andare in bicicletta. Fregandosene delle rotelle lo piazzava su una bici e lo spingeva giù per il via letto d’accesso, dove lui capitombolava inesorabilmente andandosi a schiantare contro un albero oppure sbanda a e cadeva faccia a terra. Dopo poche lezioni, il bambino era ridotto a uno straccio, le ginocchia sbucciate e i gomiti ammaccati. Lui però continuava a provarci, ogni volta tirando su col naso per soffocare le lacrime. Comodamente seduto al tavolo della cucina a sorseggiare caffè, mi divertii per ore a osservare i progressi del piccolo Taro. Applaudivo le sue cadute più acrobatiche. Ogni volta che ripartiva alla carica, sua madre non mancava mai di urlargli – nei brevi istanti in cui riusciva a mantenere il controllo – “Józu desu ne!”. Dopodiché si schiantava. E poi di nuovo. E ancora. Ogni volta che qualcuno in Giappone loda il mio livello di padronanza della seconda lingua esclamando “Józu desu ne!”, ripenso al piccolo Taro sulla bicicletta, lanciato senza controllo verso il disastro. Così mi mantengo umile.
Will Ferguson, Autostop con Buddha, Feltrinelli, 2007