Month: luglio 2011

SIAMO TUTTI SERVI VOLONTARI?

“Colui che vi domina così tanto ha solo due occhi, due mani, un corpo, non ha niente di diverso da quanto ha il più piccolo uomo del grande e infinito numero delle vostre città, eccetto il vantaggio che voi gli fornite per distruggervi. Da dove prenderebbe i tanti occhi con cui vi spia, se voi non glieli forniste? Come farebbe ad avere tante mani per colpirvi se non le prendesse da voi? I piedi con cui calpesta le vostre città, donde gli verrebbero se non fossero i vostri? Ha forse un potere su di voi che non sia il vostro? Come oserebbe attaccarvi se voi stessi non foste d’accordo? Che male potrebbe mai farvi, se voi non faceste da palo al ladrone che vi saccheggia, se non foste complici dell’assassino che vi uccide e traditori di voi stessi? Voi seminate i vostri campi affinché egli li devasti; arredate le vostre case per farvele derubare; allevate le vostre figlie per soddisfare la sua lussuria, nutrite i vostri figli perché nella migliore delle ipotesi li mandi a combattere le sue guerre, li spedisca al macello, li facci strumenti della sua avidità ed esecutori delle sue vendette. Vi ammazzate di fatica perché egli possa trastullarsi e sguazzare nei suoi turpi piaceri.”
La mente, per noi italiani viaggia subito all’oggi. Ma il testo è una delle parti più significative del “Discorso sulla servitù volontaria” di Étienne de La Boétie appena ripubblicato da Chiarelettere. Del testo i diritti sono abbondantemente scaduti essendo il filosofo vissuto tra il 1530 e il 1563.
Nell’introduzione scritta da Paolo Flores d’Arcais ci si interroga sull’attualità di questo pensiero che se la prende con la tirannide ma “ha come bersaglio della sua critica devastante ogni forma di potere”. Una dissertazione “formulata mezzo millennio fa si dimostra viatico straordinario per pensare la servitù volontaria nelle odierne democrazie”.
L’elemento centrale è infatti la responsabilità di ciascuno di noi nel mantenere al potere di ci guida, spesso malamente. Perché come scrive La Boétie: “È il popolo che si fa servo, che si taglia la gola, che, potendo scegliere se essere servo o libero, abbandona la libertà e si sottomette al giogo: è il popolo che acconsente al suo male o addirittura lo provoca”.
Il mistero della tirannia è dunque svelato in questo modo. La ricetta è fermarsi, non diventare un anello di quella catena che ci guida e ci imprigiona.
Perché del tiranno, come conclude La Boétie, siamo tutti complici: “Cinque o sei individui sono ascoltati dal tiranno, o perché si sono fatti avanti da soli, o perché sono stati chiamati da lui come complici delle sue crudeltà, compagni dei suoi piaceri, ruffiani delle sue dissolutezze e soci delle sue ruberie. (…) Quei sei hanno sotto di loro altri seicento approfittatori, che si comportano nei loro riguardi come essi fanno col tiranno. Quei seicento ne hanno sotto di loro seimila cui fanno far carriera, ai quali fanno avere il governo delle province. (…) Dopo costoro, ne viene una lunga schiera, e chi vorrà divertirsi a sbrogliare questa rete vedrà che non sono seimila, ma centomila, ma milioni che grazie a questa corda sono attaccati al tiranno, e si mantengono ad essa”.

Ad maiora
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Étienne de La Boétie
Discorso sulla servitù volontaria
Chiarelettere
Milano, 2011.
Pagg.71
Euro:7


UNA STRATEGIA NONVIOLENTA PER ABBATTERE IL REGIME

“Molte persone in buona fede sono convinte che basti denunciare il regime oppressivo con sufficiente determinazione e protestare abbastanza a lungo per cambiare le cose. Ma non è così”. E ancora: “Le proteste e la dissidenza individuali possono essere nobili ed eroiche, ma un movimento di resistenza che vuole abbattere un regime richieste proteste e dissidenza collettive”.
Così Gene Sharp continua la sua opera di informazione e divulgazione dell’azione nonviolenta per abbattere le dittature. Il nuovo volume tradotto in italiano è “Liberatevi!”.
È una guida che rappresenta un’evoluzione di “From Dictatorship to Democracy” (da poco uscito per i tipi di Chiarelettere col titolo “Come abbattere un regime”) per – come spiega il professore americano -“preparare una strategia di liberazione” che sia “responsabile, intelligente ed efficace”. E prende a esempio le rivoluzioni colorate di questi anni nell’Europa orientale. Senza dimenticare la plateale sconfitta di piazza Tienanmen.
Ma il discorso si può ampliare ora anche alla recente cosiddetta “primavera araba”. E nel libro vengono spiegate anche le modalità per, una volta vinto, “prepararsi a bloccare e sconfiggere il processo di emancipazione democratica, politica, sociale ed economica, per imporre un nuovo regime oppressivo”. Proprio quel che sta accadendo ora in Egitto dopo il miracolo di piazza Tahir.
Jamila Raqib, collaboratrice di origini afgane dell’Albert Einstein Institution dal 2002 nell’introduzione spiega che in questi anni tanti gruppi in situazione di crisi hanno chiesto consigli su “come pianificare una strategia per raggiungere i propri obiettivi”. “Liberatevi!” offre questa serie di supporti. O meglio li indica per punti, suggerendo gli altri testi da leggere (quasi tutti di Sharp o di Robert Helvey). Perché “con una preparazione attenta e una pianificazione scrupolosa le possibilità di successo della lotta nonviolenta aumentano in modo significativo” e, come specifica l’anziano studioso, non si può pianificare una strategia nonviolenta “senza prima aver compreso appieno il metodo”.
Sharp invita a scalare i “gradini della liberazione” partendo dai più piccoli, realizzando “campagne secondarie con obiettivi circoscritti”, alla portata della gente comune, colpendo i punti deboli del regime, ottenendo immediati risultati, capaci di convincere la popolazione di poterne ottenere anche di più grandi.
L’importante è non fare iniziative a caso, ma studiare una strategia: “Pensare strategicamente significa calcolare come agire realisticamente in modo da modificare la situazione presente e avvicinarsi agli obiettivi sperati. Non si tratta solo di desiderare che ciò avvenga, né di dichiarare la propria opposizione al sistema attuale”.
Come avviene in questi giorni in Bielorussia dove la dissidenza dopo la sconfitta della “rivoluzione dei jeans” non si è arresa e passa dall’applaudire ironicamente il dittatore Lukashenko (ignoto al nostro ministro della Difesa) a metter come suonerie vecchie canzoni sovietiche dei tempi della Perestrojka.
Una risata, speriamo, li seppellirà.
Ad maiora.
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Gene Sharp
(in collaborazione con Jamila Raqib)
Liberatevi!
Add editore
Torino, 2011
Pagg.126
Euro 7

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OMICIDIO ESTEMIROVA: DUE ANNI DI INDAGINI, ZERO RISULTATI

Molti colleghi farebbero bene a riprendersi in mano i giornali di un anno fa esatto. Era il primo anniversario dell’omicidio di Natalija Estemirova nel Caucaso. Poche ore prima il presidente russo Medvedev aveva dichiarato che era stato individuato il killer della collaboratrice di Memorial e della Novaja Gazeta. Stampa e siti (forse anche qualche tv) rilanciarono senza dubbio alcuno quella dichiarazione propagandistica. “Estemirova: individuato il killer”, suonavano più o meno tutti così i titoli. Senza un punto di domanda. Che oggi, secondo anniversario dell’omicidio (impunito, ovviamente) diventa grande come una casa. E ha generato altri punti di domanda.
Se avevano individuato il killer, dov’è ora? Come è che non è in carcere?
Come è che non viene diffuso l’identikit? Per non danneggiare le indagini? Come se non fossero già danneggiate da chi ha venduto la pelle dell’orso (simbolo peraltro di Russia Unita, il Partito al potere) senza prima averlo catturato. Certo che, nel flusso continuo e costante di “notizie” la politica dell’annuncio basta a rassicurare l’opinione pubblica.
L’ong russa Memorial ha consegnato ieri al Cremlino un documento nel quale accusa gli investigatori di aver lavorato male su questo caso, di aver voluto coprire qualcuno, ragionevolmente vicino al presidente ceceno (filo russo) Ramzan Kadyrov:

http://www.rferl.org/content/rights_groups_russia_estemirova_murder/24265390.html

D’altronde, l’Estemirova fu rapita il 15 luglio 2009 a Grozny, Cecenia, e trovata assassinata in Inguscezia, cinque posti di blocco più in là. Difficili da superare con un ostaggio a bordo.
A due anni dall’assassinio della collega, siamo ancora qui a chiedere giustizia.
Ad maiora.

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I LUOGHI DELL’AVVENTURA DI CORTO MALTESE

Quando gli artificieri vanno nelle scuole dei paesi appena usciti dalla guerra, spiegano ai bambini come uscire da un campo minato: rifacendo lo stesso percorso anche al ritorno.

Segue a ritroso i passi di Hugo Pratt il fotografo elvetico Marco D’Anna nel raccontare i “luoghi dell’avventura” del grande fumettista veneziano. Al Museo d’Arte di Lugano, una mostra ripercorre – con 150 tra acquarelli, studi e tavole originali – uno dei personaggi più immaginifici (e amati) di Pratt: Corto Maltese.

L’attenzione viene posta più che sulle storie, sui personaggi che l’artista tratteggiava. Non solo Corto Maltese ma anche i personaggi femminili e soprattutto le ambientazioni dei racconti. A fianco dei fumetti – elemento di novità e interesse – sono esposte le foto di D’Anna, capaci – coi suoi reportage – anche di raccontare l’atmosfera nella quale ha vissuto e vive Corto Maltese, da Venezia a Gibuti, dall’Etiopia a Cuba.

Due forme d’arte parallele che si intrecciano in questa bella mostra ticinese.

Ad maiora.

………….

Hugo Pratt: I luoghi dell’avventura

Un viaggio sulle tracce di Corto Maltese attraverso le opere di Hugo Pratt e le fotografie di Marco D’Anna

Museo d’Arte di Lugano

Ingresso: 12 franchi

Fino al 2 ottobre.

ANCHE GENOVA HA UN GIARDINO DEI GIUSTI

Prima c’è stata Padova, poi (grazie a Gabriele Nissim e Manfredi Palmeri) a Milano. Da oggi anche Genova ha il suo Giardino dei Giusti. Non sono stati piantati nuovi alberi ma si sono poste targhe su tre alti fusti già presenti. Nando dalla Chiesa (promotore della Settimana internazionale dei Diritti che da quattro anni ogni estate riempie la città ligure di grandi persone e grandi idee) spiega così la ragione:

Sul perché sia stata scelta piazza Vittoria, è la sindaco di Genova Marta Vincenzi a offrirne la (non banale) motivazione:

Sono state scoperte poi le tre targhe dedicate ai giornalisti russi, a quelli messicani e a chi si batte perché non dimentichi la strage dei tutsi in Ruanda:

In Comune sono state poi dati gli attestati che certificano la cittadinanza onoraria di Genova per  Sandra Rodriguez Nieto dal Messico, Vera  Politkovskaja dalla Russia e Yolande Mogasana dal Ruanda:

Ieri sera, sempre a Palazzo Tursi, Vera Politkovskaja ha parlato del processo contro gli assassini di sua madre. Della quale ha poi tracciato un breve (ma significativo) ritratto.  A seguire Nadezhda Prusenkova nella Novaja Gazeta ha spiegato quali siano i problemi per la libertà di stampa in Russia:

http://andreariscassi.wordpress.com/2011/07/11/a-genova-vera-ricorda-sua-mamma-anna-politkovskaja/

Oggi è stata invece Yolande Mogasana, candidata al Premio Nobel per la Pace 2011, a spiegare come portare avanti il ricordo di quanto accaduto in Ruanda:

Nella speranza che il nuovo vento milanese, porti anche nell’ex capitale morale questa serie di significativi incontri.

Ad maiora.

ESSERE GIUSTI IN RUSSIA (E NON SOLO) – PHOTOGALLERY

Una due giorni molto intensa quella cui ho assistito a Genova. La Settimana internazionale dei Diritti è giunta alla quarta edizione e quest’anno era dedicata ai Giusti. Giusti in tutte le loro accezioni. Ho seguito , per ragioni di (minime) competenze gli incontri sulla libertà di stampa in Russia e ieri sera a quello sugli anni ’70. Oggi c’è stata l’inaugurazione del Giardino dei Giusti genovese, in piazza della Vittoria.

Questa è una piccola galleria fotografica delle manifestazioni.

Ad maiora.

A GENOVA UN CONFRONTO PER LA RICONCILIAZIONE

“Non ho ucciso nessuno qui a Genova, ma essendo stato della Direzione strategica delle Brigate rosse, mi sento responsabile di tutti gli omicidi avvenuti qui, di cui mi scuso. Anche se so che non bastano le scuse”
“Responsabile di chi ha ucciso mio padre è chi ha premuto il grilletto. Perché c’è sempre la possibilità di scelta. Ma io non posso dimenticare che non fece nulla per impedire quell’omicidio”.
Due frasi su tante sentite ieri sera a Palazzo Tursi a Genova, dove è in corso la Settimana internazionale dei Diritti, dedicata ai Giusti.
A pronunciarle Franco Bonisoli e Agnese Moro.
I due si sono incontrati e confrontati a viso e cuore aperto (con la delicata guida di Nando dalla Chiesa, organizzatore della Settimana e anche vittima della mafia).
Un faccia a faccia che mi ha fatto venire in mente il Sudafrica, il suo sistema – democratico e nonviolento – di uscire dall’apartheid, grazie alla Commissione per Verità e la Riconciliazione.
Una memoria condivisa è un elemento centrale su cui costruire un paese civile, una civile convivenza.
Agnese Moro ha chiesto che si riapra un dibattito su quegli anni per capire cosa è stato e per evitare gli stessi errori nel futuro.
Bonisoli, che ha partecipato alla strage di via Fani, ha fatto – in alcuni momenti – fatica a parlare, per l’emozione di ammettere i propri errori davanti alla principale vittima della follia brigatista, nella città dell’omicidio di Guido Rossa. Un percorso doloroso perché riapre ferite. Ma di una forza dirompente.
Ad maiora.

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