Day: 1 giugno 2011

LE PIAZZE ARANCIONI: DA KIEV A MILANO

Tra ieri e oggi più di un giornale ha mostrato le foto della piazza dell’Indipendenza a Kiev durante la rivoluzione arancione affiancandole con quelle delle piazze arancioni di Milano e Napoli.

Ho avuto la fortuna – professionale  - di essere presente in entrambe le occasioni. Sia in Ucraina, sul Maidan, nel 2004, sia l’altra sera in piazza Duomo a Milano.

Il colore arancione per quanti parteciparono alla campagna per le presidenziali ucraine fu una scelta dirompente. Era un superamento del rosso. Ma era anche una identificazione molto forte. Lì chiunque lo indossasse, chiunque lo esponesse al balcone come al finestrino dell’auto, segnalava la propria posizione politica, il proprio contrapporsi al regime di Kuchma e Janukovich.

Si usava il proprio corpo, i propri vestiti, come strumento per fare politica. Uno strumento rischioso. Non scoppiò la guerra civile solo per l’estrema responsabilità sia dei militari che di chi gestì quella piazza enorme. E uno dei giornalisti di punta dell’opposizione non finì, pochi mesi prima, decapitato.

Su quelle vicende ho anche scritto un libro: Bandiera arancione la trionferà (Melampo, 2007). Ero ai tempi convinto che quella scossa democratica avrebbe potuto minare le fondamenta della Russia di Putin. Ma l’omicidio della Politkovskaja e l’abile azione controrivoluzionaria messa in campo dal regime (grazie ai Nashi, veri balilla putiniani, in queste settimane estive di nuovo impegnati nei week end procreativi per mantenere la russità della Madre Patria) fecero naufragare tali velleità.

Eppure quel virus democratico è arrivato fino al Mediterraneo. Dapprima con le rivoluzioni in Egitto e Tunisia. Lì non si è utilizzato l’arancione ma il pugno chiuso di Otpor (movimento serbo filo-americano e anti-Milosevic dal quale tutto è partito) che ha cominciato a sventolare in piazza Tahir ha dato l’idea di un testimone che non è stato lasciare cadere. A tal proposito suggerisco la lettura del libro di Gene Sharp “Come abbattere un regime” appena pubblicato da Chiarelettere.

Ora quelle bandiere e quei palloncini arancioni hanno accompagnato le vittorie elettorali di De Magistris e Pisapia. Anche se, a differenza che a Kiev o al Cairo, qui i rischi per chi manifesta in tal modo sono, fortunatamente, pochi.

L’entusiasmo che portò alla vittoria elettorale (al terzo turno) di Jushenko in Ucraina si è trasformato in breve tempo in una grande delusione. Le divisioni nello schieramento arancione hanno contribuito alla plateale sconfitta nelle ultime presidenziali ucraine.

Staremo a vedere se a Milano e Napoli gli “arancioni” riusciranno a non commettere gli stessi errori.

Ad maiora.

SARA’ DAVVERO IL KILLER DI ANNA POLITKOVSKAJA?

Questo l’articolo che ho scritto oggi per Articolo21 sulle novità riguardanti il caso Politkovskaja.

Ad maiora.

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Non so perché. Ma percepisco sempre le mosse della giustizia russa come se puntassero più alla propaganda che alla scoperta della verità. Forse perché da quelle parti Putin non ha bisogno di mettere la mano sulla spalla di Obama per porre sotto controllo i pm.

Anche l’arresto di ieri di Rastam Makhmudov, ceceno, 37 anni, sospettato di essere il killer che ha ucciso Anna Politkovskaja, mi è sembrata un’operazione di facciata. Sfogliando stamane i giornali di tutto il mondo, direi che è un’operazione ben riuscita.

Quando ieri è cominciata a circolare la notizia ho sperato che il vento fosse cambiato anche da quelle parti, che le famose riforme promesse dal presidente Medvedev passassero anche dal rendere giustizia di quanti hanno pagato con la vita l’essersi opposti al regime. Ma temo che ancora così non sia.

Da tempo le autorità russe dicevano che Rastam Makhmudov, ricercato dall’Interpol si rifugiava tra Inghilterra e Belgio. E’ stato invece arrestato in Cecenia. Era a casa dei genitori.

Ora lo porteranno a Mosca e lo mostreranno, in manette, a fotografi e operatori tv. Poi calerà il silenzio. L’impressione che si avrà, a Mosca come a San Pietroburgo, a New York come a Washington, a Roma come a Berlino, a Parigi come a Londra è che finalmente “giustizia è fatta”.

Ma è davvero così?

Il primo processo contro il gruppo di fuoco che avrebbe individuato l’indirizzo di casa della giornalista russa (aveva da non molto cambiato casa, quella di via Lesnaja dove è stata assassinata il 7 ottobre 2006) comprendeva due fratelli di quel Makhmudov, arrestato ieri. Dzhabrail e Ibragim in quel processo andarono assolti. Così come l’ex dirigente della polizia di Mosca Serghei Khadzhikurbanov. Assolti, per insufficienza di prove. Il Dna trovato sul luogo del delitto non corrispondeva in particolare a quello dei fratelli Makhmudov. Delle due una. O Rustam è stato adottato, o è probabile venga scagionato anche lui. A meno che non serva, in vista delle presidenziali russe del prossimo anno, un capro espiatorio (e un ceceno lo è per antonomasia) la cui testa presentare all’elettorato per mostrare i segni del cambiamento.

Un cambiamento solo di facciata in ogni caso. Le cose cambieranno davvero quando qualcuno si prenderà la briga di capire chi abbia ordinato l’assassinio di Anna Politkovskaja. Ieri Anna Stavitskaja, legale dei figli di Anna, si è detta scettica sull’ipotesi che l’arresto del terzo Makhmudov, sospettato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio, possa aiutare gli investigatori a individuare il mandante: “Devono trovare chi ha ordinato il delitto”. L’avvocato si è detta anche stupita che Makhmudov, pur inseguito da un mandato di cattura internazionale, sia anche riuscito a muoversi liberamente tra Belgio e Federazione Russa, Paese del quale fa parte la Cecenia: “Il fatto che una persona accusata di un crimine possa facilmente passare i confini mostra come lavorano i nostri servizi”.

Gli stessi servizi che non hanno risolto il caso di Natalija Estemirova, giornalista e attivista di Memorial, assassinata nel Caucaso nel 2009. Anche per il suo caso la scorsa estate, scattarono i meccanismi della propaganda. Il presidente Medvedev, nel primo anniversario dell’omicidio, annunciò che era stato individuato il killer. La stampa di tutto il mondo si accontentò di tale politica dell’annuncio. Ma, anche in questo caso, a distanza di 11 mesi da quelle roboanti dichiarazioni, assassini e mandanti sono ancora uccel di bosco.

STRATEGIA 31: DOPO MOSCA ANCHE A ROMA

Ieri, a Roma, la manifestazione in solidarietà con l’opposizione russa, in sostegno della cosiddetta Strategia 31 (l’articolo 31 della Costituzione della Federazione russa prevede, sulla carta, libertà di riunirsi e manifestare).

Questo il racconto delle agenzia di stampa Ansa.

Ad maiora.

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RUSSIA:SIT-IN A ROMA PER CHIEDERE ‘LIBERTA’ DI INFORMAZIONE’

“Strategia 31. Russia rispetta la Costituzione”. Recita questo lo striscione esposto da diversi manifestanti a piazza S.Apostoli dove e’ in corso un sit-in “per la liberta’ di informazione ed espressione in Russia, contro i diritti negati da Putin”.

Ad organizzare il presidio l’associazione Annaviva.com, nata in memoria della giornalista defunta, Anna Politkovskaja, che ha avuto il sostegno dei Radicali italiani, dei Radicali di Roma e dell’associazione ‘Nessuno tocchi Caino’. “Per la prima volta – spiega Giancarlo, un attivista di Annaviva – anche a Roma si manifesta per rivendicare la liberta’ di informazione ed espressione che viene negata in Russia. Siamo qui in concomitanza di tante manifestazioni che oggi si svolgono in diverse citta’ russe”.

“Strategia 31 – gli fa eco il senatore radicale Marco Perduca – e’ un movimento non violento che ogni 31 del mese organizza manifestazioni del genere in Russia. Ha questo nome perche’ l’artico 31 della Costituzione russa sancisce la liberta’ di espressione e noi oggi ci uniamo a loro per chiedere che venga rispettata”. Al presidio a piazza S.Apostoli hanno preso parte anche la deputata radicale Rita Bernardini e il leader del partito, Marco Pannella.