Month: febbraio 2011

I BARZINI E IL GIORNALISMO CHE NON SI PIEGA E NON RACCONTA BALLE AL PUBBLICO

Un libro per il quale si è svolto un lavoro certosino, non solo di rilettura di articoli e libri dell’epoca, ma anche le lettere private mandate al giornale piuttosto che alla famiglia. “I Barzini” (Mondadori), scritto da Ludina Barzini racconta la storia di due tra i giornalisti che hanno fatto la storia del mestiere nel nostro Paese.

Il tomo getta più volte nello sconforto chi prova a fatica a fare il giornalista. Perché i difetti della categoria sono uguali, oggi come cento anni fa. Sentite cosa scrive Luigi Barzini senior in una lettera a Luigi Albertini, direttore (ed editore) del Corriere, scritta nel 1901: «Da tutte le parti fioccavano le notizie in Europa e io facevo la figura dell’imbecille. A me non importava un fico secco se il signor Belcredi, come tanti, inganna i lettori, travia l’opinione pubblica, tradisce la fiducia del suo giornale; ognuno intende il proprio mestiere come meglio crede. Quello che mi importa è che chi rimane danneggiato dalle sue “balle” sono coloro che – come me – intendono fare il proprio dovere onestamente, scrupolosamente. Io debbo quindi essere sembrato bene inattivo e male informato, e questo non era vero. Una riga di verità costa sempre molta più fatica di un volume di invenzioni».

Parole sante, come quelle riportate in un altro sfogo, due anni dopo: «Preg.mo Signor Albertini, non ho nulla trascurato, proprio nulla, per informare i lettori. Ho forse trascurato di divertirli. Ma in questa faccenda serba sentivo troppo gravemente la mia responsabilità per non essere coscienzioso fino allo scrupolo. (…) Confesso che questa volta mi sono sentito vero giornalista. Ma la ricerca della verità mi ha preoccupato, e ho lasciato appassire nelle mie mani tutto il sensazionale, tutta la roba di effetto sicuro e immancabile che mi è capitata solo perché altre informazioni me la smentivano. (…) Posso vantarmi di aver fatto un buon servizio, e ne sono sicuro. Ho la coscienza che era impossibile fare di più perché era impossibile correre e lavorare di più. (…) In questioni di indagini io metto troppo dubbio e troppa coscienza, e i lettori vogliono invece leggere e divertirsi, non importa poi se quel che leggono è la verità».

Parole che spingono Ludina (che, seguendo le orme del nonno e del padre, non solo ha fatto la giornalista, ma si è impegnata in politica diventando, qualche lustro fa, assessore alla Cultura a Milano) a intingere la penna nel rammarico: «Da questa lettera si capisce bene che vi sono due tipi di giornalismo: quello dei fatti e della loro veridicità e quello dei pettegolezzi, che fanno divertire il lettore, anche se non proprio veritieri. Si capisce anche che le regole del buon giornalismo, quello attendibile e non scandalistico – che non cavalca il pettegolezzo promuovendolo a rango di notizia – erano valide allora come dovrebbero esserlo oggi».

Suo padre, ottant’anni fa, in una lettera sempre al Corriere, scrive riflessioni che sono di un’attualità disarmante: «Pare che la stampa italiana sia affamatissima di cadaveri, di qualsiasi nazionalità e colore. Mi sono affrettato a contentarli nel mio servizio successivo. Lavoro quattordici ore al giorno, finisco all’una di notte».

Nel libro (che consta di quasi 600 pagine) si raccontano i viaggi fatti dai due Barzini: avventure giornalistiche in ogni angolo del mondo e in condizioni tali che oggi pochi avrebbero il cuore di rifare.

Le loro vicende professionali e umane (descritte senza infingimenti o nascondendo la polvere sotto il tappeto) offrono spunti e stimoli a chi ha scelto di fare questo lavoro che è qualcosa di più di una professione e qualcosa di meno di una missione. Un mestiere che, oggi come allora, privilegia chi tace, chi ubbidisce, chi – come scrive Barzini junior – si piega: «Essere un libero pensatore, nel mestiere di giornalista come nella vita, ha un prezzo altissimo. Chi non si piega, insospettisce».

Ad maiora 

Ludina Barzini

I Barzini

Mondadori

Milano, 2010

Pagg. 567

Euro: 24

Con Ludina, presenterò il libro “I Barzini”, domani, martedì 1° marzo, alle 18, alla Sormani di Milano (Via Francesco Sforza 7).

Vi aspetto.

IL NANO GHIACCIATO TORNA A VINCERE IN CASA: MILANO-SASSARI: 88-72

L’Armani Jeans torna alla vittoria in casa con una prova più convincente delle ultime.

Milano parte male. In un amen si è 7 a 2 per Sassari. La squadra sembra imballata come nelle ultime partite. Segna solo Maciulis. 12 a 6 dopo 4 minuti. Greer prende il posto di Jabeer. Ma le cose non si riequilibrano subito. Si va sul 14 a 8 per la gioia dei moltissimi tifosi sardi presenti sulle tribune del Forum di Assago. Peterson prova a risistemare la squadra con un time out che già dà l’idea di come le cose non girino. Greer con una tripla porta sul 11 a 15. Il play americano con Hawkins riequilibra il match: 16 a 17. Ed è il mitico Meo Sacchetti a chiamare il time out. Davanti a Giorgio Armani che lascia le sfilate per seguire la sua squadra, Milano prende il controllo della partita. Il primo quarto finisce 20-17.

L’inerzia della partita rimane a favore di Milano anche nel secondo quarto. L’Armani anzi, grazie a un David Hawkins decisamente in serata mette il turbo e arriva a 13 punti di vantaggio. Con Devecchi, Hunter e Diener, Sassari tiene comunque botta e si va al riposo sul 43 a 34.

Hawkins (27 punti alla fine) inizia il terzo quarto come aveva finito il secondo: segnando. Quando una schiacciata di Pecherov porta Milano a più 15 Sacchetti è obbligato a chiamare un nuovo time out. In qualche modo i sardi rimangono in partita. L’ultimo intervallo arriva sul 66 a 54 per l’Armani.

Ultimo quarto Milano sempre al comando. Quando è sotto di 18 punti, il quintetto sassarese viene chiamato per un altro time out. Per l’ultimo tentativo di rimettere insieme i cocci. Ma la panchina sarda non ha le cartucce di quella milanese. Ma con due triple torna a meno 10 tanto da costringere coach Peterson a chiamare a sua volta time out. Mancano 4 minuti e Sassari prosegue la sua rimonta. Ma quando con Rocca Milano torna avanti di 13 qualcuno in tribuna comincia a sfollare. Mamma butta la pasta avrebbe detto Peterson in versione commentatore.

Finisce: 88-72.

Ad maiora.

CECENIA, RUSSIA E BIELORUSSIA VISTE DA OKSANA CHELYSHEVA

Racconta in modo tranquillo e pacato storie da far accaponare la pelle. Oksana Chelysheva, giornalista russa che vive all’estero per la propria sicurezza, è stata ospite dell’associazione Annaviva, alla Libreria popolare di via Tadino a Milano.

Ha parlato di quel che accade in Cecenia, ma ha soprattutto paragonato la situazione in Russia con quella in Bielorussia, Paese dove lei è stata nelle ultime settimane, inviata dalla Novaya Gazeta.

L’incontro è stato seguito anche dagli studenti della Scuola di di giornalismo dell’Università degli studi di Milano (Tobagi/Ifg) Marco Braghieri, Matteo Trebeschi e Micol Sarfatti. Questo il servizio che hanno realizzato per il tg della scuola (DisSesto tg):

http://www.youtube.com/watch?v=kQoRmApCmK4

Ad maiora.

DERBY DI SOFIA: PESANTI SCONTRI FUORI E DENTRO LO STADIO

Gravi incidenti hanno caratterizzato ieri sera il derby tra Cska di Sofia e gli acerrimi rivali del Levski. Già a metà dell’incontro (terminato 3-1 per il Cska che sul proprio sito dice di aver “annientato gli avversari”) sono iniziati scontri tra gli ultrà e le forze dell’ordine. Pesante il bilancio: 16 gli agenti feriti, tre dei quali in modo grave per un razzo sparato dai tifosi. Dopo una serie di cariche – dentro e fuori lo stadio Georgi Asparuhov, dal quale sono stati fatti uscire anzitempo i 3500 ultrà del Cska – sono stati arrestati una trentina di esagitati.

Il sindaco di Sofia, Ivan Sotirov, ha detto che d’ora in poi saranno vietate partite, così a rischio, in orario serale. I danni per la capitale bulgara si aggirerebbero sui 5.000 leva (circa 42 mila euro). La polizia ha negato di aver agito con violenza contro i tifosi.

In gol per il Cska (che giocava fuori casa) Michel Platini Ferreira Mesquita (brasiliano classe 1983, noto come Michel Platini) e Apostol Popov. La rete della bandiera del Levski è stata realizzata da Kostadin Stoyanov.

In classifica il Levski (che era dato per favorito al derby) è secondo in classifica, il Cska quinto. Ma le polemiche saranno ovviamente più sugli incidenti che su quel che è successo in campo.

Ad maiora.

I GUFI: QUANDO IL REMIX SI CHIAMAVA RISOTTO

Una serata dedicata ai Gufi, storico gruppo musicale di una Milano che non c’è più ma che cova ancora sotto le ceneri. L’ha organizzata ieri l’Associazione La Conta che ha voluto riunire i vari pezzi di quella storia musicale che si mischiò al cabaret.

Il tutto accompagnato da una cena con menù meneghino (si era in una sede della Cgil, non della Lega. E infatti quando, in un fuoriprogramma, Simonetta Interlandi ha intonato Morti di Reggio Emilia non sono mancati i pugni chiusi).

Dal palco, Didi Martinaz ha cantato alcuni brani che – ha ricordato – Vallanzasca, un tempo assiduo frequentatore della notte milanese, imponeva di cantare anche quattro o cinque volte. Richieste cui non si poteva dir di no.

Franco Visentini, in una sala dove l’età media era alta, ha ricordato i tempi delle feste in casa e il mitico Roberto Brivio si è lanciato nel classico risotto, ossia una serie di canzoni unite una all’altra che ora, avendo l’inglese soppiantato il dialetto, chiamiamo remix.

Proprio Brivio ha concluso la serata con una vecchia canzone che si adatta bene alla realtà odierna e che ha un ritornello tormentone: per quel visi che vutant’an el gà de curig a dree ai tusan.

Ad maiora.