Mese: gennaio 2010

UN GALLO (ZEN) A NEW YORK

Quando al draft del 2008, il lodigiano Danilo Gallinari fu selezionato con il numero 6, i tifosi (razzisti) nuiorchesi fischiarono la scelta dei Knicks. Il gigante ex Armani è rimasto il primo anno in panchina per un infortunio. Ora detta legge sui parquet a stelle e strisce. Gli americani, che fanno classifiche su tutto, ora lo mettono come dodicesimo nella hit di single “ricchi, giovani e famosi” pubblicata dal New York Post. Lui, quando lo criticavano, è stato sempre in silenzio. E anche ora parla solo a suon di canestri e tiri in sospensione. Buona filosofia zen per uno che a 21 anni schiaccia in faccia ai campioni statunitensi.

DOPO L’ULTIMO TESTIMONE

Ci sono libri che mi fulminano appena li leggo, che mi spingono a prendere nota di alcune frasi già dopo le prime pagine. È il caso di questo libro davvero bello e stimolante di David Bidussa che Annaviva presenta il 17 giugno alla libreria popolare di via Tadino a Milano. “Dopo l’ultimo testimone” parla di un tema su cui Annaviva si è battuta in questo ultimo anno. La memoria. Centrando l’attenzione sulla shoah, sullo sterminio degli ebrei pianificato dai criminali nazisti (con il supporto degli idioti fascisti e il silenzio – vergognoso – di tanti italiani Ma parlando di come è stato ed è gestita la memoria della soluzione finale si finisce per parlare di come raccontare la storia. Di come passare la “staffetta dello coscienza del mondo” di cui parla Furio Colombo. Bidussa spiega innanzitutto una cosa apparente semplice, su cui invece nessuno ha riflettuto in questi anni. “Il Giorno della memoria – il 27 gennaio – non è il giorno dei morti. Per questa ricorrenza abbiamo già la data del 2 novembre nel nostro calendario civico e non c’è alcun bisogno di duplicarla. Il 27 gennaio è il giorno della memoria per i vivi e non della commemorazione dei morti”. È proprio così. Ma non so quanti di noi, anche di noi italiani, capiamo a chi si rivolge quella commemorazione. E infatti David Bidussa, in uno stile, che per mia deformazione culturale, a me ricorda un po’ Gobetti e un po’ la Politkovskaja, parla proprio di come noi abbiamo affrontato l’apertura dei campi di concentramento e il ritorno dei sopravvissuti. “Il silenzio di noi italiani dopo il 1938 forse è il segno dell’indifferenza, ma esprime soprattutto l’attaccamento alle cose piccole, al proprio cosmo casalingo, la difesa del proprio quotidiano. Non è l’ostilità preconcetta per l’altro, ma un fenomeno più sottile, certo non meno sintomatico: la scelta per la medietà, per un quieto vivere privo di passioni e perciò disilluso, perché costruito sull’insignificanza del dolore altrui. Quando periodicamente la realtà, in forma brutale, torna a farsi sentire, e a imporre confronti con il malessere umano non a distanze infinite, ma alle porte di casa, spesso di quella accanto, il silenzio come l’indifferenza è una risorsa che ritorna in campo com possibile via di salvezza per non lasciarsi trasformare o interrogare dalle sgradevolezze del presente e da un’autoanalisi sulle proprie responsabilità”. Fare i conti con il proprio passato è uno dei cardini di questo libro. Che infatti sottolinea, come la lezione della shoah, sia rimasta lettera morta, visto quel che è successo in Africa e nei Balcani (e ci permettiamo di aggiungere, anche in Cecenia): “Quando a metà degli anni ’90, lo sterminio ha preso di nuovo a riempire la nostra quotidianità (dal Rwanda al Darfur, alle varie piazze della ex Jugoslavia), il discorso sulla “zona grigia” è diventato meno lontano e più inquietante. Lì si trattava di nuovo di fare i conti con il tema dell’indifferenza. Questa volta noi c’eravamo. Anche per questo scavare sulla “zona grigia” non è più un’ ‘ipotesi di scuola’”. Sono purtroppo scuole che quasi nessun politico italiano (con lodevoli eccezioni che vanno da Gianfranco Fini a Lele Fiano) sembra frequentare. Poi Bidussa si è soffermato su come viene gestita dalla popolazione e dagli storici la memoria. Come sottolinea Lucien Febvre, “l’uomo non si ricorda del passato: lo ricostruisce sempre”. Perché, come invece sottolinea lo scrittore toscano, “se la memoria è elaborata nel presente e si propone per il futuro significa che noi non ricordiamo ‘quello che è avvenuto’ come se fosse un dato, ma che lo ricordiamo attivamente, ossia insieme ne produciamo e riproduciamo la memoria”. Bidussa, si ispira a Primo Levi e alle sue riflessioni su cosa accadrà quando anche l’ultimo testimone della shoah non ci sarà più (le stesse preoccupazioni su cui si è basato il recente film “Fratelli d’Italia?”). E sottolinea innanzitutto l’atteggiamento un po’ peloso che molti intellettuali italiani (dai giornalisti in su) hanno avuto nei confronti di quanti sono tornati dai campi di sterminio. “La questione del genocidio ebraico inaugura il diritto di parola per una figura cui si era richiesto di barattare l’integrazione sociale con il silenzio, la non visibilità. In fondo, l’emancipazione giuridica e sociale era proprio questo: l’ingresso in società, la fuoriuscita dalla precedente condizione, al prezzo della propria assimilazione. Il sopravvissuto al genocidio acquista il diritto di parola sulla base di una ricontrattata specificità della condizione ebraica che la esalta solo apparentemente. L’unicità di quello stermino non si coniuga con la dimensione della sua universalità e dunque lascia spazi alla percezione lenta di un evento che è talmente santificato da diventare “estratto” dalla storia e, allo stesso tempo, ridotto a fenomeno specifico perché isolato e ‘non comparabile’”. Questa santificazione è stata comunque successiva a un lungo periodo di silenzio, rotto soltanto da alcuni film che hanno aperto una breccia nell’opinione pubblica e nella memoria collettiva: “La memoria del sopravvissuto a lungo è rimasta un non detto. Quando si è rimessa in moto ha avuto però il problema essenziale di ricostruire non tanto la vicenda propria quanto quella collettiva. In altre parole: di riproporre quel terreno di sciabilità che costituisce il vuoto prodotto dal genocidio. (…) Prevale una ricostruzione che “non turba il sonno”, che consola ed esalta e che consente di salvarsi. Il passato diventa un racconto docile non tanto perché fondato sull’oblio, ma piuttosto sull’indifferenza e l’irrilevanza. Oppure sulla retorica che dice ‘mai più’”. Poi, in pura chiave filosofica, Bidussa distingue il ruolo dei sopravvissuti da quello degli storici. I primi sono fondamentali per capire quel che è successo e chi scrive della shoah non può prescindere da loro. Ma secondo lo scrittore, è compito dello storico tramandare quel che è successo. “La memoria dei sopravvissuti – sottolinea infatti Bidussa – è dunque un territorio narrativo e riflessivo indispensabile allo storico che voglia comprendere, descrivere e “ricostruire” un contesto. Ma non è la ricostruzione di quel contesto”. Infatti, a suo giudizio, “la memoria è il risultato di come si fanno i conti col passato ed è destinata proprio per questa sua origine a modificarsi nel tempo. Non solo perché si arricchisce di nuovi dati precedentemente non considerati o non emersi, ma perché essa rappresenta, come ha osservato lo storico Leonardo Paggi, “una costruzione essenzialmente politica destinata a cambiare con i mutamente delle identità individuali e di gruppo”. Ma, e in questo passaggio è la chiave davvero innovativa e coraggiosa di questo bellissimo testo, “oggi si tratta di capire che memoria del genocidio ebraico e memoria collettiva non coincidono, ma soprattutto che è centrale non una battaglia per la definitiva e incontestabile riaffermazione della memoria, ma per la sua persistenza e cittadinanza entro una cornice che non veda solo gli ebrei, e più in generale i “sopravvissuti”, essere i primi e talvolta i soli a riaffermarla. La memoria del genocidio ebraico è una questione di democrazia e come tale ha in sé un valore prescrittivo e descrittivo. Prescrittivamente è metafora riflessiva sui totalitarismi, sulle possibilità dell’uomo, sul suo essere spaventosamente senza limiti e senza freni. E ha valore descrittivo perché contiene una dimensione dinamica”. Nell’opinione di Bidussa, “la memoria è un assoluto mentre la storia non conosce che il relativo”. Elemento teorico che non possiamo che sottoscrivere. Ci permettiamo solo di dubitare sull’efficacia del ruolo degli storici sul breve periodo. Gli storici si basano sui documenti. E i documenti nei regimi sono più falsi del racconti dei testimoni. Sui gulag si comincia ad esempio a fare luce solo ora, dopo che per decenni è stato solo grazie al racconto dei sopravvissuti che si è creata una memoria e una coscienza collettiva. Anche sulle stragi nel Caucaso dovremo aspettare decenni prima che l’apertura degli archivi putiniani ci restituiscano la verità sui conflitti che hanno insanguinato la Cecenia. Fino ad allora, ci saranno solo i parenti delle vittime o i pochi che hanno disertato (finendo a volte imbottiti di Polonio radioattivo perché non parlassero più). O sulla strage di Srebrenica, vera vergogna degli ultimi anni, della quale gli storici ci racconteranno la verità chissà quando. Perché per evitare che le cose si ripetano, dobbiamo porre la “zona grigia” (e la politica la rappresenta ormai alla grande) di fronte alle proprie responsabilità oggi, non fra decenni.

DAVID BIDUSSA

DOPO L’ULTIMO TESTIMONE

EINAUDI, TORINO, 2009

EURO: 10

FRATELLI D’ITALIA?

In occasione della Giornata della Memoria 2010, il film “Fratelli d’Italia?” uscirà in allegato con il Corriere della Sera oggi 27 gennaio (2 mesi di permanenza in edicola), in distribuzione nazionale. Il film sarà disponibile anche su http://www.corrierestore.it e avrà un link al sito http://www.corriere.it (circa 1 milione di utenti al giorno) Sarà aperta un’area dedicata http://www.binario21.org/corriere con trailer del film. Ci sarà anche la possibilità di aprire questo indirizzo con codice QR dai cellulari.

A questo film ho collaborato, nel mio piccolo, pure io. Ciò malgrado, invito tutti a comprarlo…

VOLARE CON LO ZAINO SULLE SPALLE

“Zaino a terra”, si diceva agli scout quando ci si concedeva qualche piccola sosta nelle massacranti maratone dei campi itineranti. In quei momenti ti rendevi conto di quante cose inutili stavi trasportando e ti pentivi amaramente di esserti messo via un maglione di troppo. È uno dei flash che mi è venuto

in mente guardando “Tra le nuvole”, il nuovo film di Jason Reitman che ha George Clooney come principale (e davvero credibile) attore.

“Immaginate di dover infilare tutte le vostre cose e i vostri affetti in uno zaino. Cominciate dagli oggetti che tenete in casa, sul comodino, poi passate ai mobili, agli elettrodomestici. Iniziate a sentire le cinghie dello zaino che vi segano le spalle? Sentite come vi tirano giù e non vi fanno muovere? Ecco, la vostra vita è come questo zaino. Bruciatelo, liberatevi di tutti i legami che vi tengono inchiodati: la vita è movimento”. È la filosofia espressa da Clooney, o meglio dal personaggio che inscena, Ryan Bingham. È un tagliatore di teste che vive fondamentalmente negli aeroporti americani e sugli aerei. Atterra solo per andare in qualche azienda a licenziare le persone, con “umanità” (a differenza della sua giovane socia che vuole farlo via chat e che vive di sms). Il film è figlio della crisi (non solo finanziaria) che ha investito gli Stati Uniti e alcuni dei personaggi che raccontano quel che gli è accaduto dopo essere stati licenziati non sono attori, sono persone vere.

Clooney/Bingham in questo interessante film ha come unico obiettivo accumulare miglia premio senza altra finalità che raggiungere il punteggio massimo dei frequent flyers (pallino che accomuna anche noi che non abbiamo una vita a stelle e strisce). Finirà per invaghirsi di un’altra viaggiatrice professionale (l’attrice Vera Farmiga) che fingerà solo di avere uno zaino più leggero del suo.

“Abbiamo tutti bisogno di un copilota” è il motto con cui si chiude il film. Il difficile sembra essere in grado di volare anche con lo zaino sulle spalle. Ma come dice lo scrittore (e collega) argentino Rolo Diez: “Vivere intensamente compensa ogni sforzo e quasi ogni sacrificio: vivere a metà è sempre stata la funzione e il castigo dei mediocri”. Solo i mediocri, alla fine, sono quelli, che non riescono a sognare, che non riescono a volare.